«L’HO convinto io ad andare in ospedale: ho sentito che si lamentava e ho capito che stava male. L’ho sempre aiutato e nego ogni addebito. Non so cosa gli sia capitato». Così si è difeso ieri davanti al giudice l’imbianchino 39enne accusato di aver violentato e seviziato per quasi due anni l’amico finito in coma a seguito dello stupro. L’uomo, datore di lavoro della vittima, avrebbe negato di aver mai ‘toccato’ il 38enne, facendo quasi intendere atti di...

«L’HO convinto io ad andare in ospedale: ho sentito che si lamentava e ho capito che stava male. L’ho sempre aiutato e nego ogni addebito. Non so cosa gli sia capitato». Così si è difeso ieri davanti al giudice l’imbianchino 39enne accusato di aver violentato e seviziato per quasi due anni l’amico finito in coma a seguito dello stupro. L’uomo, datore di lavoro della vittima, avrebbe negato di aver mai ‘toccato’ il 38enne, facendo quasi intendere atti di autolesionismo. Gli indizi di colpevolezza contro l’imbianchino, però, lascerebbero poco spazio ai dubbi tanto che ieri mattina è stata confermata per l’uomo la misura cautelare in carcere. Secondo le indagini della squadra mobile, infatti, il 93enne si sarebbe macchiato più volte di gravi atti di violenza nei confronti della vittima, alla quale aveva fornito un’abitazione sopra la propria e, appunto, un posto di lavoro. Si sarebbe approfittato anzi del suo stato di fragilità per renderlo quasi schiavo: intascandosi il suo stipendio, picchiandolo ogni sera fino ad arrivare ad abusare di lui sessualmente. Una violenza che ha fatto finire la vittima in ospedale con lesioni così gravi da rendere necessari tre interventi chirurgici e una sedazione profonda. Una volta sveglio e vigile, il 38enne ha alla fine trovato il coraggio per parlare con gli inquirenti, rivelando il nome di chi lo aveva ridotto in quelle condizioni. L’uomo versava in una condizione psicologica tale da non aver voluto, inizialmente, denunciare l’accaduto e imputando anzi la responsabilità della terribile violenza a ignoti incontrati in un parco di Ferrara. Manipolato psicologicamente per quasi due anni e sottoposto a torture, vessazioni e minacce tanto da mentire ai medici anche in occasione di svariati ricoveri per pestaggi pregressi. Sul caso interviene lo psicoterapeuta Maurizio Montanari. «L’abuso sessuale, sganciato da piacere ma finalizzato alla sola sopraffazione rappresenta uno dei modi più antichi di imporre il dominio di un uomo su un altro essere umano. Una modalità di controllo totale ed annientamento che siamo soliti commentare nei confronti delle donne ma che a volte eccede l’identità di genere e si manifesta anche nell’uomo. Il controllo, ascrivibile alla struttura perversa-dominatrice, si manifesta nella riduzione dell’altro ad oggetto».