di Chiara Mastria Macchine non come strumenti, ma come veri e propri partner per la creazione di nuovi mondi, collaboratori che ci permettono di scoprire idee estetiche che vanno oltre l’umano. E’ la ricerca alla base della mostra firmata Fondazione Modena Arti Visive che inaugura domani a Palazzo Santa Margherita, nell’ambito del Festival Filosofia: ‘Ultima perfezione’, prima personale dell’artista Quayola in un’istituzione italiana. L’artista, romano di nascita e londinese d’adozione, parte dall’idea di perfezione nella storia dell’arte occidentale e la stravolge, la esplora fino a renderla...

di Chiara Mastria

Macchine non come strumenti, ma come veri e propri partner per la creazione di nuovi mondi, collaboratori che ci permettono di scoprire idee estetiche che vanno oltre l’umano. E’ la ricerca alla base della mostra firmata Fondazione Modena Arti Visive che inaugura domani a Palazzo Santa Margherita, nell’ambito del Festival Filosofia: ‘Ultima perfezione’, prima personale dell’artista Quayola in un’istituzione italiana. L’artista, romano di nascita e londinese d’adozione, parte dall’idea di perfezione nella storia dell’arte occidentale e la stravolge, la esplora fino a renderla il più possibile sfocata, imperfetta. "Lavoro sull’arte classica partendo da una relazione intima con la tecnologia – racconta Quayola – che non utilizzo come semplice strumento, ma come un vero e proprio collaboratore per scoprire idee estetiche quasi non umane. Mi perdo in questi strumenti (robot industriali, sistemi di computer vision, software personalizzati) per scoprire nuovi linguaggi e nuovi punti di osservazione delle opere classiche. Attraverso gli occhi della macchina posso osservare oggetti familiari in una maniera diversa, tradurli in un modo nuovo e così facendo creare nuove visioni estetiche". Grazie a questo nuovo punto di vista un’opera come ‘La caccia alla tigre’ di Pieter Paul Rubens (del 1616) diventa nel lavoro di Quayola una composizione astratta grazie alla sua ‘rilettura’ da parte di un sistema di computer vision che, sulla base dei parametri forniti dall’artista stesso, individua determinate aree di interesse nell’immagine. "Una chiara dimostrazione di come l’utilizzo delle tecnologie possa cambiare la nostra prospettiva – continua l’artista –, permettendoci di vedere nei dipinti ettagli impossibili da percepire per l’occhio umano". Sempre dalla pittura di Rubens, questa volta la ‘Deposizione dalla croce’, ha origine il dittico video Strata #4 allestito nella seconda sala della mostra: qui, attraverso processi computazionali, l’artista traduce dipinti, affreschi barocchi e vetrate gotiche in inedite astrazioni. E ancora, l’Adorazione dei Magi di Botticelli si scompone in nove cornici in cui viene trascritto il freddo set di codici che traduce il celebre capolavoro in linguaggio informatico, mentre il motivo iconografico di Giuditta e Oloferne viene affidato a un software personalizzato che lo trasforma in astrazioni monocromatiche stampate su carta. Così come per i dipinti, anche la scultura viene analizzata da un punto di vista nuovo, dove tecnologia e arte procedono mano nella mano: in mostra anche blocchi ispirati al capolavoro del Bernini ‘Ratto di Proserpina’ scolpiti da un robot industriale, cui l’artista ha assegnato il compito di esplorare alcune delle infinite variazioni che portano alla realizzazione della figura senza mai completarla. Intelligenza umana e artificiale unite per originare nuovi codici estetici, per chiederci "in che modo la tecnologia sta cambiando l’immaginario di intere generazioni? Come sta cambiando noi?", la conclusione di Quayola.