Modena, 10 giugno 2018 - Trema e piange, Ignazia Renga, mentre, ancora un po’ incredula ed evidentemente in stato di choc, ribadisce che «mai e poi mai un uomo mi aveva messo le mani addosso». Invece, ieri, le è successo proprio in uno dei momenti più ‘banali’ della giornata, ovvero mentre, conclusa la parentesi lavorativa, la 24enne stava pedalando verso la sua abitazione.

La rapina (perché il ‘limite’ dello scippo più comune è stato oltrepassato di gran lunga, come vedremo fra poco) risale a una manciata di minuti prima delle 18 di ieri. Siamo in viale Storchi, drittone che negli ultimi mesi sarebbe anche migliorato a livello di vivibilità, tutto sommato, non fosse che proprio alle sue spalle, tra piazzale Primo Maggio, via Fabriani e la stazione delle corriere, succede la malora, o meglio questo ci rendono i racconti che raccogliamo a margine dell’accaduto: risse, spaccio, furti nei negozi. Il tutto all’ombra del poco distante, anzi vicinissimo, posto integrato di polizia, che un tempo (recente) era fiore all’occhiello, così si diceva e lo si presentava, per la sicurezza di quella parte di città alle porte del centro ed oggi, al contrario, non si capisce più che cosa sia: serve? Funziona? Cos’è? Perché intorno in pochi sanno anche solo della sua esistenza?

Una manciata di minuti alle 18, dicevamo: Renga sta pedalando, cellulare a portata di mano. «Dovevo chiamare il mio fidanzato per dirgli che stavo rientrando, tutto qui». Ma tanto è bastato per attirare l’attenzione di un nordafricano in sella a una graziella, che si è messo sulla sua traiettoria ed ha agito. Bermuda verdi, berretto calato sul volto e t-shirt nera. Poco altro si sa, salvo il fatto che pare una telecamera lo abbia ‘catturato’ nella fuga in direzione piazzale Cittadella (immagini che la polizia scandaglierà con attenzione). Si è messo sulla traiettoria, dunque, e appena la distanza è stata quella ‘giusta’, l’ha presa per i capelli tentando di farla cadere.

«Tirava forte, con violenza», ripete la 24enne, poco dopo che l’ambulanza accorsa in piazza Primo Maggio, dove la giovane finalmente ha trovato qualcuno che le prestasse un telefono per dare l’allarme, se n’è andata. «Sono riuscita a restare in sella – ricorda ancora Renga –, ma a quel punto ha cominciato a graffiarmi in faccia. Più e più volte. Fino a quando...», non è riuscito a intascarsi il bottino che puntava dall’inizio, un Samsung di ultima generazione. «Me lo aveva regalato mia mamma appena quattro mesi fa – spiega la vittima –. Avevo tutto lì dentro. Foto, numeri... Tutto. Ora non so nemmeno chi chiamare». Di certo comporre il suo numero non serve a nulla, è spento. Magari il tizio ultimata la fuga lo starà già rivendendo, lo smartphone con la custodia rosa, e, chiusa la giornata di ‘lavoro’, se ne starà tornando verso casa pedalando.