È CAPITATO u n giorno di Novembre. Era il 2016 e Francesco Dallari, chitarrista modenese, pensava in quel momento ad una voglia non detta: trovare uno stabile in città e provare a produrre musica. Così Francesco, insieme ai soci-amici Davide Marchi (bassista e corista) e Riccardo Lodi (batterista ed eclettico falegname), ha costruito a due passi dal centro di Modena un nido ideale, in cui dar vita al sogno musicale. Così sono nati i ‘Take Away Studios’, una fucina che sforna talenti. E uno dei fondatori, Riccardo, ci ha portati alla scoperta di questo mondo...

È CAPITATO u

n giorno di Novembre. Era il 2016 e Francesco Dallari, chitarrista modenese, pensava in quel momento ad una voglia non detta: trovare uno stabile in città e provare a produrre musica. Così Francesco, insieme ai soci-amici Davide Marchi (bassista e corista) e Riccardo Lodi (batterista ed eclettico falegname), ha costruito a due passi dal centro di Modena un nido ideale, in cui dar vita al sogno musicale. Così sono nati i ‘Take Away Studios’, una fucina che sforna talenti. E uno dei fondatori, Riccardo, ci ha portati alla scoperta di questo mondo inaspettato.

Quali sono stati i primi passi concreti, quindi?

«Siamo venuti qui, nel capannone che usavo per lavori di falegnameria. All’epoca era un grande open space, e c’è voluto un lavoro infinito. Nel 2017, a gennaio, abbiamo iniziato a investire sul serio. Sono nate le prime due stanze. E da lì, collaborando con ‘Benji&Fede’ (anche loro soci paritari degli studios, ndr) ci siamo sempre più evoluti. C’è voluto un altro anno e mezzo per fondare la società vera e propria, nel maggio 2018. E lo scorso gennaio i lavori si sono conclusi».

Adesso qual è la direzione? Che filosofia guida il vostro lavoro?

«In primis, il nostro è uno studio di musica a 360 gradi. Lavoriamo tutti insieme su scrittura, arrangiamenti, produzione e registrazione dei brani. In secondo luogo, ci teniamo a investire sui giovani. Infatti, nonostante il lavoro in parallelo con nomi già affermati, sappiamo quanto sia dura farsi largo in questo ambiente. E poi, per quanto riguarda la musica in sé, sperimentiamo tanto nei generi, ci piace adattarci alle persone che abbiamo di fronte, per innovare continuamente».

Quindi è un lavoro a lungo termine?

«Esattamente. È necessario mettere ogni cosa in fila, e lavorare anche tanto sull’immagine degli artisti, sul management e la linea artistica».

Un esempio?

«Un ex corsista (Take Away, infatti, organizza anche ‘Artist Starter’, un corso per cantautori emergenti, ndr) voleva fare rock-dubsteb, in inglese. Abbiamo lavorato, siamo passati all’italiano e fuori dal cilindro è uscito un artista che nessuno si sarebbe immaginato, con tanto di maschera e canto infuriato».

Difficoltà ce ne sono state?

«Sempre. Tutti i giorni una montagna da scalare, tra stress e burocrazia. Ognuno vorrebbe solo cantare e fare musica, ma una volta saliti a bordo non ci si può, non ci si deve fermare».

Per concludere, se dovessi registrare una traccia da mettere via per il futuro, quale sarebbe?

«Direi un pezzo in grado di trasformarsi ed evolvere nel tempo. Così da rimanere vero e attuale, se mai dovessi decidere di riascoltarlo».

Perché il messaggio dei tre ragazzi modenesi, che della musica hanno fatto lavoro (e vita, s’intende), è molto chiaro. Applicazione, trasparenza. Autenticità.

Perché con la tua verità, dicono ai ‘Take Away’, piacerai per forza.