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Elezioni, la rivolta del Pd in Emilia Romagna

Polemiche per le decisioni della direzione nazionale sulle candidature per le elezioni del 4 marzo

di BARBARA MANICARDI
Ultimo aggiornamento il 1 febbraio 2018 alle 18:21
Claudio De Vincenti, candidato per l’uninominale a Sassuolo

Modena, 29 gennaio 2018 - Troppi paracadutati, esclusioni eccellenti, territorio ignorato. Il Pd è in rivolta ovunque in Emilia Romagna per le scelte della direzione nazionale sulle candidature alle elezioni politiche del 4 marzo, scelte che ufficialmente vengono definite «non condivisibili» e ufficiosamente – dai sanguigni militanti dei circoli – «assurde e suicide». A Modena il clima è tesissimo.

L’ennesimo schiaffo di Matteo Renzi che, per il collegio uninominale di Sassuolo lasciato libero a sorpresa da Gianni Cuperlo «a vantaggio – sperava lui – di un candidato locale», ha scelto invece in extremis il ministro Claudio De Vincenti, è stato preso come un vero e proprio (ulteriore) affronto.

Aver schierato l’ex di Forza Italia Beatrice Lorenzin e il reggiano Andrea Rossi (fedelissimo del governatore Bonaccini) nel collegio di Modena facendo fuori la presidente del consiglio comunale Francesca Maletti stravotata dai circoli e blindata dallo stesso sindaco Gian Carlo Muzzarelli, era già «inconcepibile», così come l’aver ridotto la squadra geminiana a soli tre nomi (Matteo Richetti, Edoardo Patriarca e Stefano Vaccari), ma davanti all’ultimo ‘blitz De Vincenti’ messo a segno dopo una notte di telefonate al vetriolo e pressioni, la rabbia è esplosa.

Rabbia che il segretario modenese Davide Fava, facendo uno sforzo estremo di diplomazia, ha espresso così: «La responsabilità che si assume Matteo Renzi con le liste annunciate è senza dubbio gravosa». «Il nostro percorso – ha aggiunto – è stato impeccabile: ha coinvolto tutti i livelli del partito a partire dai circoli. Però il risultato non consente al territorio modenese di esprimere appieno le sue valenze. In campagna elettorale faremo la nostra parte, ma raccomandiamo un’attenzione a chi vorrà raccogliere i nostri voti: noi non ci accontentiamo di essere spettatori, chi ci rappresenta deve prima imparare a guardarci negli occhi».

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E se Modena piange, Bologna certo non ride. Nel capoluogo il Pd ha dovuto affrontare fin da subito i malumori relativi a Pier Ferdinando Casini, candidato nel collegio uninominale del Senato di Bologna città. Casini, nonostante il pressing su Renzi perché cambiasse idea, alla fine è stato candidato lì. Forti polemiche, invece, per l’esclusione di Sergio Lo Giudice, senatore uscente, ex presidente del Cassero, il primo storico circolo Arcigay d’Italia. Totalmente inaspettata poi la candidatura del segretario provinciale Francesco Critelli e quella di Benedetto Zacchiroli.

Burrasca anche a Rimini dove la candidatura dell’alfaniano Sergio Pizzolante, scatena la reazione della sinistra del partito che ora minaccia di non votare un «ex berlusconiano».

A Reggio Emilia invece è stato escluso l’onorevole Paolo Gandolfi (area Orlando): web mobilitato per dargli solidarietà.

Ma i problemi non finscono qui per il Pd: la coordinatrice Donne Pd, Lucia Bongarzone, lamenta poche presenze femminili nelle liste.

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