ERA IL 1975. La Ferrari a Montecarlo non toccava palla esattamente da vent’anni, dal successo di Trintignant nel 1955. Il Vecchio di Maranello ne stava facendo una malattia. Così, alla vigilia del Gran Premio nel Principato, un giovane Niki Lauda rassicurò il Drake: “Tu tranquillo, questa volta buona, tu preparare Lambrusco per brindisi, io domenica primo”. E così fu.

Stavolta dubito possano bastare i sani propositi di Vettel e di Leclerc. La Signora in Rosso sta attorcigliandosi in una crisi di identità che è al tempo stesso tecnologica e strategica. Riportare a casa professionisti in prestito alla cuginetta Alfa Romeo ci sta, è persino banale ma non offre garanzia alcuna di inversione di tendenza. Almeno, non nell’immediato.

Al tempo stesso, il fascino unico e sgangherato di Montecarlo alimenta l’ennesima speranza. In verità, in novanta anni di storia (nel Principato si gareggiò per la prima volta nel 1929) di sorprese se ne ricordano pochine.

Segue all’interno