Modena, 3 luglio 2018 - Un'atleta sogna sempre la vittoria. Se è in forma, in segreto se la aspetta, magari il giorno prima della gara fantastica sul momento in cui vedrà sventolare il tricolore e qualcuno le appenderà una medaglia al collo. Ma che una sua fotografia, insieme alle compagne della staffetta 4x400 diventi un caso politico, quello no, nessuna atleta azzurra se lo aspetta. Non se lo aspettava nemmeno Raphaela Lukudo, origini sudanesi ma nata in Italia, una delle quattro azzurre di colore che nella staffetta ai Giochi del Mediterraneo hanno portato a casa la medaglia d’oro.

STAFFETTA_32172616_095134
Avrà visto la sua foto insieme alle compagne impazzare sui social...
«Sì, mi stanno telefonando tutti, ricevo messaggi su messaggi... Non me lo aspettavo».
Una foto che è diventato un messaggio antirazzista.
«Così pare, ma dalla politica vorrei restare fuori. Vedo che si fanno tante interpretazioni, alcune positive, altre negative. C’è un gran polverone. Un po’ è colpa dei social che amplificano tutto, coprono di significati anche esagerati cose in fin dei conti innocenti».
Lei che cosa vede in quella foto?
«Vedo solo quattro amiche felici, che hanno vinto per loro stesse, per la squadra e per l’Italia. E che dopo la vittoria hanno cantato con orgoglio l’inno di Mameli».
Inevitabilmente di fronte a quella foto si è parlato di immigrazione. Lei ne sa qualcosa, i suoi genitori scapparono dal Sudan 26 anni fa per venire in Italia.
«Per me è una domanda difficile, ma non voglio sottrarmi. Dico semplicemente che è un diritto di tutti cercare di migliorare la propria condizione e quella dei propri familiari. E prima di giudicare qualcuno occorre capire da quale situazione proviene e che esperienze ha vissuto».
Ha mai vissuto episodi di razzismo qui in Italia?
«Mai. Dall’età di due anni ho abitato a Modena, da tre mi trovo a Roma, mi alleno con la squadra dell’esercito. Ho avuto la fortuna d’incontrare sempre persone dalla mentalità aperta e positiva. Poi lo sport è un’isola felice, non si fanno differenze in base al colore della pelle».
Fa un certo effetto vedere quattro ragazze di colore insieme che rappresentano l’Italia.
«Sì, ma è una questione di abitudine. Credo sia sotto gli occhi di tutti che le persone di colore abbiano predisposizione per gli sport di velocità. Chi nasce qui da genitori stranieri, può iniziare a gareggiare e ottenere risultati anche buoni. Quindi di foto così in futuro probabilmente ne vedremo ancora. In America sono abituati da anni, in Francia anche. Non credo ci sia nulla di male».
Un messaggio di speranza che vale anche per i Paesi del terzo mondo?
«Sì, nazioni che fino a qualche anno fa non potevano nemmeno sognarsi di gareggiare a livelli alti sui campi di atletica, adesso possono aspirare a qualcosa in più. Le tecniche di allenamento sono più diffuse, tutti vi possono accedere. La globalizzazione è entrata anche nello sport».
Torniamo a quella foto: la conserverà?
«Sicuramente la appenderò nella mia camera. Anche perché sono convinta che tra qualche settimana non se ne parlerà più in termini simbolici. Resterà solo l’immagine di quattro amiche felici, che sorridono perché hanno vinto. E per me sarà un bel ricordo, da serbare per sempre».