Paolo Ercolani e il Muro di Berlino nel 1989
Paolo Ercolani e il Muro di Berlino nel 1989

Pesaro, 21 luglio 2019 - Il 1989 non è solo l’anno in cui si rievoca la caduta del muro di Berlino, quale simbolo dell’era post guerra fredda. Per il filosofo Paolo Ercolani, autore per Marsilio Editore di Figli di un Io minore, è anche lo spartiacque ideale tra la società aperta e quella ottusa. Un passaggio questo che Ercolani spiegherà lunedì 22 luglio alle ore 21 nel giardino della Musica, ex cortile di Palazzo Ricci, in via Sabbatini 28, in occasione del Processo all’89.

L’incontro dibattito con il pubblico presente punterà ad approfondire e riflettere sul significato filosofico, politico e sociale di uno degli eventi marcatori del tempo storico. «In sostanza è stato un termine, ma anche l’inizio di una serie di fattori che ci hanno condotto ad un tipo di società – spiega il professore all’Università di Urbino – priva di senso critico. Un trentennio nel quale tra le tante cose hanno influito le nuove tecnologie, il totalitarismo finanziario a discapito di autonomia e diritti».

Dostoevskij citato all’inizio del libro fornisce subito una chiave di lettura estremamente sintetica di questo...

«Sì. Dostoevskij avverte che nell’uomo la preoccupazione più tormentosa è quella di trovare qualcuno a cui “restituire” il dono della libertà».

Mettendo però in guardia...

«Sul fatto che della libertà degli uomini si potrà impadronire solo colui che ne tranquillizza la coscienza».

Cioè, come spiega nel suo libro, chi sa impadronirsi dell’uomo ottuso, abitante della società di oggi...

«L’uomo ottuso è colui che in maniera più o meno consapevole ha sacrificato la propria libertà di pensiero a dei poteri come la Finanza e la Rete, chiedendo in cambio protezione e salvezza. Cioè colui che rinuncia alla ragione per una società misologa».

Sempre più difficile. Che cosa vuol dire?

«La società misologa è quella in cui si odia tutto ciò che è pensiero riflessione conoscenza e dialogo ragionato. E’ una parolaccia usata da Platone prima e Pasolini poi».

Perché raccontare la caduta del muro inscenando un vero e proprio processo?

«Per due buone ragioni, credo».

Quali?

«Quella di trovare un modo accattivante per riscoprire la storia, tessuto fondamentale per ogni dibattito che voglia avere sostanza e ragionevolezza».

In cosa sarebbe accattivante?

«Nel fatto che il pubblico partecipa e interagisce vestendo il ruolo di giudice popolare. Infatti sarà il pubblico ad emettere la sentenza compilando un foglio a fine processo. Lo farà cioé dopo aver ascoltato le argomentazioni della difesa espresse da Massimiliano Panarari e quelle dell’accusa sostenute da me con un equilibrio tra le parti concertato dal presidente dell’Ente Olivieri, Fabrizio Battistelli».

Molto social...

«Sì. Un aspetto positivo che riconosco ai social network è proprio il fatto di rispondere all’esigenza legittima di interazione. Quello che critico aspramente è invece il fatto che si discuta senza ragionare, ma cercando conferme dei propri pregiudizi».

Quale sarebbe la seconda ragione di inscenare un processo?

«Ricreare le condizioni, appunto per stimolare il senso critico. Mostrare che riflettere, indefinitiva, non è poì cosi noioso».

Quali condizioni?

«Prima di tutto partendo dalla conoscenza dei dati e della loro possibile interpretazione».

La costruzione del muro di Berlino

Il programma

Due avvocati d’eccezione faranno il processo al 1989, anno della caduta del muro di Berlino, segno ideale per la fine del comunismo reale. «Il processo all’89», è in programma lunedì 22 alle ore 21 nel cortile di Palazzo Ricci.

Loro saranno Massimiliano Panarari (difesa), sociologo dei processi culturali e comunicativi e docente all’Università Luiss di Roma e Paolo Ercolani (accusa), docente di Filosofia all’Università di Urbino. Si tratterà di un vero e proprio processo, con tanto di garante – Fabrizio Battistelli, sociologo a “La Sapienza” di Roma e presidente dell’Ente Olivieri di Pesaro – inquisitori che incalzeranno gli avvocati con le loro domande (Franco Bertini del Carlino, Luca Fabbri, dell’agenzia giornalistica Dire e Marcella Tinazzi, dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Pesaro e Urbino). La sentenza? Spetterà al pubblico. L’iniziativa è stata ideata da Ente Olivieri e Musei Oliveriani in collaborazione con l’assessorato alla Crescita, la Cooperativa Labirinto e la Società pesarese di studi storici.

Insomma... evitare di parlare senza sapere per tornare ad essere liberi di eprimere consapevolmente il proprio giudizio. Non male.