di Ivana Baldassarri Nell’agosto del 1989 una bella mostra alla Sala Laurana di Palazzo Ducale di Pesaro, ha rivelato, fra la sorpresa generale, l’esistenza di un pittore totalmente sconosciuto, nato a Fano l’8 Marzo 1865 e morto nel manicomio di Pesaro il 17 marzo 1927: il suo nome è Augusto Bartolucci. Si era sperato che Fano, dove era nato, cogliesse quell’occasione per approfondire e promuovere la conoscenza di questo interessante personaggio totalmente dimenticato, ma così non è stato e Augusto Bartolucci è stato risucchiato nel sigillo del silenzio, nella cancellazione della memoria, destinato già forse all’alienazione da se stesso. E’ rimasto solo in qualche biblioteca domestica, un piccolo, dignitoso, appassionato catalogo di quella mostra organizzata dalla Provincia di Pesaro e Urbino quando c’erano ancora Mario Umberto Fabbri e Mario Omiccioli. E’ un volumetto che ha come copertina, una...

di Ivana Baldassarri

Nell’agosto del 1989 una bella mostra alla Sala Laurana di Palazzo Ducale di Pesaro, ha rivelato, fra la sorpresa generale, l’esistenza di un pittore totalmente sconosciuto, nato a Fano l’8 Marzo 1865 e morto nel manicomio di Pesaro il 17 marzo 1927: il suo nome è Augusto Bartolucci.

Si era sperato che Fano, dove era nato, cogliesse quell’occasione per approfondire e promuovere la conoscenza di questo interessante personaggio totalmente dimenticato, ma così non è stato e Augusto Bartolucci è stato risucchiato nel sigillo del silenzio, nella cancellazione della memoria, destinato già forse all’alienazione da se stesso.

E’ rimasto solo in qualche biblioteca domestica, un piccolo, dignitoso, appassionato catalogo di quella mostra organizzata dalla Provincia di Pesaro e Urbino quando c’erano ancora Mario Umberto Fabbri e Mario Omiccioli. E’ un volumetto che ha come copertina, una bella riproduzione della “Bandiera”, un quadro del Bartolucci con due figurine femminili intente a cucire un tricolore in un interno; dalla finestra, da cui viene una luce calda e intima, si riconosce il cornicione della Confraternita del Santissimo Sacramento, a fianco del Duomo di Pesaro. Si volle fare allora una insolita operazione culturale di scoperta e valorizzazione di un nostro artista ingiustamente dimenticato.

Vita inquieta, operosa, frammentata la sua, trascorsa senza una continuità culturale che potesse offrirgli, attraverso il vissuto quotidiano, il dipanarsi delle maturazioni e dei rivolgimenti che caratterizzarono gli anni a cavallo fra ‘800 e ‘900: periodo combattuto acremente sul terreno critico e dalla cui dialettica doveva nascere “l’arte moderna” fra una tradizione che stava per scomparire ed un linguaggio nuovo che sorgeva .

Il destino aveva portato Augusto Bartolucci in Argentina nel 1888, dove aveva fatto fortuna come decoratore, architetto e pittore, ma al suo ritorno in patria, nel 1912, spinto dalla volontà pressante della moglie (dalla quale aveva avuti 11 figli) che volle tornare a Pesaro a tutti i costi, Augusto affronta l’abbandono di una carriera che gli aveva dato ricchezza e prestigio, per il salto nel buio in un’Italia dove già soffia il vento della Prima Guerra Mondiale, in un ambiente che non lo conosce e non lo apprezza. L’impossibilità d’ inserirsi a Pesaro in un circuito lavorativo a lui consono, scatena in Bartolucci una depressione prima e una follia poi che lo porterà in manicomio dove, dopo dieci lunghi, tragici anni di degenza, morirà il 17 marzo 1927: Augusto, "impoverito, dimenticato, murato nella fossa degli angeli e dei serpenti, tra i reietti di una malattia tabù" aveva 62 anni. Le delusioni professionali, l’imprevidenza di sua moglie, lo spettro della miseria della sua biografia, sfumano e illanguidiscono oggi nel verificare il suo valore d’artista, perché Bartolucci è stato un artista a tutto tondo.

Già da giovanissimo aveva frequentato con successo ed entusiasmo, l’Accademia d’Arte di Bologna dove aveva conosciuto Luciano Castaldini e Augusto Sezanne: da loro aveva imparato e capito i segreti e i nessi dell’arte scoprendo anche le proprie tendenze e le proprie possibilità creative. Ma irrequietezza di carattere, smania di avventura, predominio del sesso su ogni altra ragionevole anelito (si era innamorato di Amalia diciassettenne e per lei e con lei era fuggito in Argentina in cerca di fortuna), lo aveva portato lontano, ma ancora più lontano lo aveva costretto, al suo ritorno, l’impossibilità ad affermare se stesso, per l’insorgere di una malattia considerata una vergogna e un disonore.

Nel 1989, l’ultima figlia di Augusto, Amalia Bartolucci Cecchini, ha voluto, con tutta se stessa, recuperare e rendere noto a tutti il valore di suo padre che aveva portato in Argentina il mestiere poliedrico della nostra tradizione artistica: ha tirato fuori foto, articoli, lettere, bigliettini, articoli, ricordi e i quadri e i disegni rimasti e con amore, commozione e struggente tenerezza, ha ridelineato per noi che l’ascoltavamo rapiti, un personaggio straordinario e originalissimo. Ma il tempo, quando è nefasto, vanifica e spegne qualsiasi luce, anche se rara e singolare.

Augusto Bartolucci è tornato nel nulla da dove lo avevamo riacciuffato tanti anni fa. Ci piace pensare che fra cento anni qualcuno, a Fano, a Pesaro, o altrove, trovando il catalogo della mostra del 1989 con la bella copertina raffigurante la “Bandiera” di Augusto Bartolucci, si incuriosisca scoprendo, con emozione e compiacimento, la validità di questo nostro artista totalmente dimenticato.