Cecchini, Copparoni e Ranocchi, morti con il Coronavirus
Cecchini, Copparoni e Ranocchi, morti con il Coronavirus

Pesaro, 9 aprile 2020 - Come lo sbarco in Normandia, ma in mezzo a pallottole invisibili che non vedi e non capisci nemmeno da dove arrivano. Ed il rimpianto che a sparare possa essere anche stato il tuo fucile. Poi ti giri, anche se ferito grave, e ti accorgi che durante questa corsa per la vita hai accanto a te i corpi degli amici d’infanzia, dei compagni di lavoro, delle persone care "per cui cerchi di elaborare questa angoscia infinita che hai dentro, temendo anche che possa essere stato io, inconsapevolmente, a contagiare qualcuno. Le prime due notti che ho trascorso a casa, dopo essere uscito dall’ospedale, le ho passate tra i fantasmi. Devo ringraziare gli amici che con le loro telefonate mi hanno aiutato a superare questo lutto tremendo che ho nel cuore".

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Questo lo stato d’animo di Giancarlo ‘Giangio’ Del Vecchio, 69 anni, al termine della corsa per la vita sulla spiaggia della Normandia. Perché lui è il ferito grave del coronavirus: quando si è svegliato ha trovato accanto a sé le croci di Giovanni Ranocchi, Massimiliano Copparoni, fanese, e di Gegè Giordani, in uno strano filo conduttore che viaggia tra le amicizie e i rapporti di lavoro e la passione per la musica. Il tutto ruota attorno alle final eight di basket al palasport e la serata, passata poi suonando all’Excalibur’ in viale Trieste. "No, io dopo non sono andato nel locale di Paolo Cantini a Baia Flaminia"

Contatti con Raniero Cecchini?
"Ci siamo visti all’Excalibur ma lui era al piano di sopra ed io in quello sotto, salutati ma non incrociati. Con me a suonare c’era Gegè Giordani, ma anche Tatali e Marongiu che non hanno avuto sintomi".

Come pensa di aver contratto il virus?
"Penso che sia accaduto al palasport per le final eight di basket. Ero alla partite con Giovanni Ranocchi e con Stefano Carloni, il marito di Giovanna Ranocchi che è stata ricoverata per due settimane. Lei è uscita, il padre no".

Quindi?
"Sono poi andato in ufficio, ma non stavo bene, sentivo che avevo la febbre, e sono andato a casa. Lì ho capito che qualcosa non andava, non sentivo più nè odori e nè sapori".

Siamo a fine febbraio?
"Esattamente il 25. Erano anche giorni in cui non c’era ancora l’allarme per il coronavirus. Chiamo il medico che mi risponde ‘stato influenzale’...".

Invece...
"Dopo 3 giorni quando le febbre è arrivata a 39 ho ciamato il numero della regione chiedendo se potevo essere sottoposto a tampone. Mi è stato detto no una prima e poi anche una seconda volta".

Quindi?
"Il 5 marzo ho chiamato il mio medico, anche lui positivo, allora la guardia medica, una dottoressa, bravissima: è venuta a casa, mi ha visitato, e mi ha detto ‘adesso il 118 lo chiamo io‘, E sono andato all’ospedale".

Intubato?
"Inizialmente volevano poi un rianimatore mi ha detto se preferivo la ventilazione assistita. Ed ho scelto quella: volevo essere cosciente e capire, non volevo essere sedato, volevo combattere".

Con i medici com’è andata?
"Gente eccezionale all’interno di una girone infernale. Una sola domanda mi è stata fatta: ‘Lei è uno di quelli che è andato al palas?‘ e io gli ho risposto di sì".

Poi è finito il calvario ospedaliero...
"E lì ho passato due notti con i fantasmi. Con Giovanni Ranocchi avevo un rapporto eccezionale, un uomo sempre presente a cui devo e dovevo tanto perché a 59 anni aveva scommesso su di me, assumendomi. Non è da tutti. Verso di lui ho sempre nutrito un sentimento di grande rispetto, di amicizia e di grande gratitudine. Poi il compagno di lavoro Massimiliano Cupparoni. Poi è arrivato Gegè Giordani, una amicizia di una vita, la stessa passione per la musica, il conservatorio assieme. Mi è morto un fratello. Tutte cicatrici profonde e non rimarginabili".

m.g.