Il professor Adriano Tagliabracci
Il professor Adriano Tagliabracci

Pesaro, 5 giugno 2020 - Il Covid19 e il nodo delle autopsie. Che non si fanno. E quelle fatte si contano sulle dita delle mani. Eppure è l’unico mezzo che permette di fotografare quello che è successo all’interno dell’organismo, se è stato il virus a uccidere e come, e una volta chiarito questo, quali terapie usare per sconfiggerlo. Ma anche, non ultimo, quali errori non ripetere. Errori che, in alcuni casi, sono forse costati qualche vita. A sciogliere il nodo è il professore Adriano Tagliabracci, direttore del dipartimento Scienze biomediche e sanità pubblica. 

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Professore Tagliabracci, quante autopsie sono state fatte nelle Marche rispetto ai quasi 1000 morti per Covid? 

«Dal 10 aprile ne avremo fatte al massimo 5 o 6». 

Perché dal 10 aprile a distanza di un mese dal picco dei decessi di marzo? 

«Perché il 1 e l’8 aprile, così come a fine maggio, sono uscite delle circolari che dicevano che le autopsie a scopi giudiziari o clinici si potevano fare solo se le sale settorie rispettavano certi parametri di sicurezza anti contagio. E quindi sale a pressione negativa, con filtri per espellere l’aria all’esterno, insomma tutta una serie di accorgimenti per evitare che gli operatori possano ammalarsi di Covid. Il 10 aprile ho chiesto alla direzione degli ospedali riuniti di Ancona di attrezzare la sala secondo i canoni della circolare e l’ho ottenuta. È costata 8mila euro. Siamo partiti con le autopsie. L’indicazione è che ci dovrebbe essere una sala a norma in ogni provincia. Ma per ora l’abbiamo solo qui ad Ancona».

Perché così poche indagini post mortem? 

«Non decido io se e quando poter eseguire le autopsie». 

E chi decide se farle oppure no? 

«Lo decide il medico curante se i decessi sono avvenuti in ospedale o il medico di base se invece sono morti a casa. O i procuratori della Repubblica se c’è un’ipotesi di reato. E fino ad ora sono pochissime le autopsie che ci hanno incaricato di eseguire. Io vorrei poterne fare di più. È importantissimo. Ce le hanno sollecitate gli stessi rianimatori». 

Cosa avete capito sul virus dagli esami svolti fino ad ora? 

«Sono tutti morti per Covid. Abbiamo studiato la patogenesi, ovvero il percorso che ha fatto il virus nell’organismo. Abbiamo visto che i punti di attacco sono i polmoni ma anche il sistema cardiocircolatorio. I vasi ricettori per il virus sono nei polmoni, nell’intestino, nel quadro cardiovascolare, nella prostata. Quest’ultimo dato spiega perché siano morti più uomini che donne. Capire come attacca il morbo permette di mettere in atto terapie ad hoc. Quelle usate all’inizio, come la idrossiclorochina, sono state terapie di emergenza che hanno fatto danni». 

Ma se si fosse partiti prima con le autopsie si sarebbero evitati errori e forse anche morti? 

«Forse sì. Altro errore è stato la mancanza di un piano di prevenzione efficace per contenere il contagio. Le persone dovevano essere curate a casa, non dovevano essere mandate in ospedale dove poi molti sono morti. Bisognava riservare la ventilazione solo ad alcuni casi e non a tutti». 

È che a casa molti medici di base non andavano… 

«Molti medici sono andati e diversi si sono ammalati e sono morti. Ma so di altri che si sono rifiutati di visitare i pazienti a casa. E questa è una violazione deontologica oltre che del giuramento di Ippocrate». 

E se arriva una nuova ondata come la affrontiamo? 

«Con un nuovo lockdown. La misura più efficace è il distanziamento. Per le malattie infettive il sistema è vecchio: l’isolamento del contagioso. In attesa di trovare un vaccino. Ma ripeto, ci devono far fare più autopsie. L’obitorio è quel posto dove la morte aiuta le persone a vivere».