Don Giovanni Paolini, 85 anni, è tra i sacerdoti che benedicono le salme al cimitero
Don Giovanni Paolini, 85 anni, è tra i sacerdoti che benedicono le salme al cimitero

Pesaro, 24 marzo 2020 - Lui, che ha visto la guerra ’ben bene’, in guerra continua ad andarci. A 85 anni. In mano due armi invincibili: aspersorio per benedire e fede. Con quelli non si ferma neanche davanti al nemico che in trincea colpisce alla cieca. Don Giovanni Paolini, ex parroco di Cristo Re, è uno di quei sacerdoti silenziosi che, davanti al cimitero, e senza oltrepassare le colonne d’Ercole delle norme, rende l’ultimo abbraccio spirituale a chi ormai non è più. Un abbraccio che pare una filigrana di quello intimo e caloroso che si faceva quando un metro e mezzo, come espressione, s’usava giusto per indicare l’altezza d’una persona.

Non la distanza. Don Paolini, che a Cristo Re chiamavano ’San Giovanni’, è uno di quelli che guarda in faccia la sua missione con naturalezza e semplicità. Così come con naturalezza concepisce i pericoli e i rischi, ma che mette tutti i giorni in conto. Gli capita di andare al cimitero centrale. Ma, di questi tempi, i parrocchiani se lo ricordavano in un’altra veste. Con la borsa di pelle, l’aspersorio e le caramelle per i bimbi che incontrava nelle benedizioni alle famiglie. Proprio come il suo predecessore a Cristo Re, don Mei, altro prete coraggio. Ma ora le caramelle non si possono più donare a nessuno, perché siginificano vicinanza. Solo acqua benedetta, una preghiera, ma lontani a un metro e mezzo. E una parola che abbraccia (idealmente) il defunto nell’ultimo tornante della vita.


’Don’, lei è nato nel ’34 ed è uno dei preti con più esperienza. Ma aveva mai visto una cosa del genere?
"Non ero ancora un adulto, ma ho visto i bombardamenti. Ma allora, almeno, ci si poteva abbracciare quando si aveva paura. Questo è uno scenario peggiore della guerra".
Lei accompagna i fedeli prima dell’ultimo viaggio.
"Sì, ma guardi che lo fanno anche gli altri. Soprattutto i parroci".
Quanti se ne sono andati in quella che era la sua ex parrocchia, Cristo Re?
"Dieci in una settimana. Una cosa così non l’ho mai vista".
Ma come si benedice nell’era del virus?
"Al cimitero andiamo con guanti, mascherina e con tutte quelle precauzioni che servono. Benediciamo con l’acqua benedetta, ma non si usa incenso. E, ovviamente, dobbiamo rimanere a debita distanza dalle bare".
Cosa la turba più di tutto?
"Il virus nega anche l’ultimo abbraccio. Un funerale è comunione e consolazione. Questa situazione ci ha portato via pure questo".
Quanto dura la cerimonia?
"Il tempo della benedizione e della preghiera. Ovviamente davanti al cancello. Perché oltre è vietato andare".
E quando qualcuno si ammala a casa?
"Allora cerchiamo di essere di aiuto e conforto alla famiglia. E facciamo tutto quello che è possibile fare".
Per esempio?
"Per esempio l’unzione degli infermi. Ma sempre bardati e con ogni tipo di precauzione".
Ma lei non ha paura?
"Il pericolo c’è. Ma a volte bisogna rischiare in nome della propria missione".