La tabella dei dati sui decessi
La tabella dei dati sui decessi

Pesaro, 14 gennaio 2021 - Il 2020 è stato questo: sono morti 1488 pesaresi, 505 in più rispetto alla media degli anni passati. Il Covid-19 ne ha uccisi con certezza 281, ma il conteggio è per difetto. Guardiamo meglio i numeri forniti dall’Anagrafe: dal 2007 al 2019, la media dei decessi annuali nel comune di Pesaro è stata di 983 morti. Nel 2020, si è arrivati a 1.488 morti, oltre il 50 per cento in più della media degli ultimi 13 anni. Il Covid-19 ha bombardato a tappeto Pesaro, uccidendo come in guerra. Ce lo dice un altro dato: i morti complessivi del 2020 registrati allo Stato Civile del Comune di Pesaro sono stati 2050, pari a 170 funerali al mese, comprendendo in questo conteggio anche le persone non residenti ma decedute in città. L’anno prima questo dato era di 1307 decessi, ossia 743 morti in meno. Mai in passato si è vista un’ecatombe come questa. E’ solo destino? Prova a rispondere Sara Mengucci, assessore alla famiglia e alle politiche sociali di Pesaro: "L’ospedale è stato investito con violenza nella prima ondata ed è stato chiuso, la gente anche dopo aveva paura di andare, i tamponi non c’erano, i servizi di assistenza si sono interrotti, i malati cronici curati a casa sono rimasti in molti casi soli, le visite per diagnosi o controllo rimandate ".

Il punto Covid, dati e contagi nelle Marche

Aggiunge l’assessore Mengucci: "Chiedo a chiunque possa darci delle risposte: che conseguenze ha prodotto la mancanza di tamponi per i malati che erano inchiodati a casa fino alla fine, quante patologie si sono aggravate per la mancata assistenza o per un rinvio delle visite dovute al lockdown? Sono le domande che faccio come cittadina e come si fanno tutti. Quel numero terribile di 1488 pesaresi morti solo per il 2020 ci dice che la pandemia ha colpito due volte: ha ucciso per il virus e per ciò che ha provocato il Covid-19. Sto pensando ad esempio ai malati oncologici, ai dializzati, ai diabetici, agli immunodepressi, ai malati cardiaci gravi che avevano bisogno di monitoraggio continuo. E che non hanno trovato più per molto tempo".

L’Istat ha scritto nell’analisi della pandemia: "La classe di età mediana dei casi di infezione da Covid-19 segnalati è progressivamente diminuita: se nella prima fase dell’epidemia la classe di età mediana è stata per entrambi i generi pari a 60-64 anni (entro un campo di variazione che va da 0 e 99 anni) e ha comportato un alto rischio nelle popolazioni anziane più fragili, nel periodo estivo la classe mediana è scesa a 40-44 anni per le donne e 35-39 anni per gli uomini. Nel periodo di ottobre-novembre l’età mediana, come peraltro la classe con la maggiore frequenza di casi, è risalita a 45-49 anni. Nella seconda ondata si documenta anche un calo nel numero relativo (percentuale) dei contagi registrato nella popolazione molto anziana (80 anni e più), che passa da 31% nelle donne e 19% negli uomini nella prima fase, a 10% nelle donne e 6% negli uomini nel periodo ottobre-novembre. Questo grazie all’informazione ma anche conseguenza della maggiore capacità diagnostica nei pazienti più giovani pauci o asintomatici".

«Ma ora temo gli effetti psicologici causati dal Covid-19 – dice Sara Mengucci – Queste mega risse di giovani che avvengono in varie parti d’Italia, la scuola persa, la socialità saltata, dove portano? Lo chiedo agli esperti. Dobbiamo rinforzare la prevenzione per affrontare le conseguenze di un anno e mezzo di vita sospesa. E non sarà una battaglia meno dura di quella che stiamo combattendo ora"