Pesaro, 1 settembre 2018 - L’indagine della Squadra Mobile sul delitto di Sabrina Malipiero, la commessa pesarese 52enne uccisa nella sua casa di via Pantano il 13 luglio scorso, aggiunge nuovi tasselli per dimostrare la colpevolezza di Zakaria detto Zak Safri, 38 anni, marocchino, in Italia da almeno 20 anni, arrestato per omicidio volontario e unico indagato per la morte della donna. I nuovi elementi vengono dai risultati delle analisi fatte dai poliziotti sia delle Scientifica di Ancona che di quella di Roma, su richiesta dei colleghi di Pesaro, che a pochi giorni dal delitto hanno inviato ai colleghi reperti e altro materiale inerente alla scena del crimine.

Questi risultati, in tempi abbastanza brevi, sono arrivati in Questura pochi giorni fa. E da quel poco che trapela, si tratta di risultati che smentiscono la versione data dal 38enne marocchino per ritrattare la confessione resa durante l’interrogatorio, poche ore dopo l’arresto: "Non ho ucciso io Sabrina – disse Safri – sono rientrato in casa verso le 15 e 40. La porta era aperta. E ho visto Sabrina a terra, forse morta. Le ho tolto il coltello dalla gola. Mi sono sporcato. Poi ho avuto paura. Non ho capito più nulla. Così sono scappato...".

Come e perchè esattamente quei risultati smentiscano questa versione di Safri è ancora oggetto di segreto: evidentemente, però, la Squadra Mobile ha trovato tracce che smentiscono la versione del marocchino oppure ne evidenziano la falsità, sulla base appunto degli elementi repertati: ad esempio, le stanze in cui sono state rilevate le impronte dell’uomo, la posizione del corpo della vittima e i segni che lascia sul pavimento se trascinato, e simili.

Non sono invece ancora pronti gli esami affidati all’anatomopatologo incaricato dalla procura, Adriano Tagliabracci, che ha svolto l’autopsia sulla salma della commessa. Esami che sono ulteriormente dirimenti per stabilire la colpevolezza del marocchino. Uno di questi, ad esempio, è capire se sotto le unghie della vittima, per via del fatto che questa ha provato a difendersi dai pugni e dalle coltellate del suo carnefice, c’era materiale biologico che riconduca al Dna di Safri. Se così fosse, sarebbe difficile per l’uomo dare una spiegazione di quella presenza. E la sua posizione si complicherebbe ulteriormente davanti a un giudice o alla Corte di Assise.