Monsignor Coccia
Monsignor Coccia

Pesaro, 18 ottobre 2020 - La Diocesi di Pesaro investiva in Liechtenstein, piccolo Principato tra Austria e Svizzera. Ha versato 616mila euro e ha perso tutto. Quei soldi sono spariti nella pancia della "Valorfile Lebensversicherungs AG", che li ha bruciati in titoli ad alto rischio. La stessa società ha chiuso i battenti da un anno su ordine dello Stato perché non più affidabile.

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Ora è stata citata in giudizio dal vescovo di Pesaro monsignor Piero Coccia a nome della Diocesi avanti al tribunale civile perché rimborsi in qualche modo quel fiume di denaro diocesano. Di cui nessuno ha spiegato l’origine (forse sono delle parrocchie), e ancor meno si conosce il destino, anche se presumibilmente sarà finito nelle tasche di qualche furbo di lingua tedesca.

Una prima udienza della causa c’è stata il 21 luglio scorso, una seconda il 23 settembre, una terza è prevista per aprile 2022, perché la notifica della causa alla Valorlife non è andata a buon fine. Serviva la traduzione in tedesco, che è stata appena inviata. Se qualcuno risponderà, sarà un successo.
Ma come è passato per la mente ai vertici diocesani di Pesaro di investire nel Liechtenstein? Non avendo risposte, limitiamoci a date e fatti. I versamenti sono avvenuti sottoforma di polizze vita intestate a vari parroci e fiduciari.

Nove contratti, il cui contraente era sempre la Diocesi, e i beneficiari di volta in volta vari religiosi che ovviamente non avevano i soldi da investire. Il denaro veniva fornito dalla Diocesi (al tempo c’era ancora il vescovo Angelo Bagnasco), a ritmi da banca d’affari: il 2 settembre 2003 sono stati versati alla Valorlife 150mila euro, il 26 novembre 125mila euro, il 12 gennaio 2004 sono stati girati in Liechtenstein 64mila euro, lo stesso giorno altri 50mila euro, lo stesso giorno ancora 50mila euro, il 27 gennaio 40mila euro, il 7 luglio 65mila euro, il 9 agosto 38mila euro, e nello stesso giorno altri 34mila euro (era già arrivato monsignor Coccia). Totale: 616mila euro.

Il contratto di accumulo aveva valore 6 anni, al termine del periodo il denaro doveva essere trasformato in rendita per la Diocesi o, essendo polizze vita, se nel frattempo il beneficiario fosse morto, sarebbe stato escusso il valore corrispondente da devolvere comunque alla Diocesi.
Al termine dei dieci anni come da contratto, ossia nel 2010, la Valorfile però non ha corrisposto nulla, anzi non ha neppure risposto alle varie lettere di sollecito. Da quel momento, la Diocesi non ha più chiesto i soldi indietro. Fino a quando, spulciando tra le varie cause civili in Italia, si è accorta che alcuni clienti della Valorlife avevano vinto la causa civile vedendosi riconoscere il diritto al risarcimento. Che non significa, riavere indietro tutti i soldi gettati nella fornace della società assicurativa e di investimento con sede nel paradiso fiscale (le tasse si aggirano sull’1,2 per cento) ma almeno provare ad ottenere qualcosa.

A tentare la causa civile avanti al tribunale di Pesaro è stato l’avvocato Tommaso Patrignani: "La Diocesi – dice – era certa di aver investito quel denaro in polizze vita invece si è ritrovata ad aver sottoscritto senza saperlo un prodotto finanziario basato su un fondo d’investimento che, in caso di cattiva gestione, avrebbe fatto perdere tutto l’investimento. Come è accaduto. Per questo, chiediamo al giudice di riconoscere la nullità dei contratti perché il contraente non era stato minimamente informato dei rischi e il rimborso del denaro versato".