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24 apr 2022

Il saluto dell’arcivescovo "I miei 18 anni nella stiva"

L’ultima celebrazione pesarese di Coccia prima del passaggio di testimone "Non sono mai stato a prua della nave, ma sempre a far funzionare il motore"

L’arcivescovo Piero Coccia durante la celebrazione di ieri
L’arcivescovo Piero Coccia durante la celebrazione di ieri
L’arcivescovo Piero Coccia durante la celebrazione di ieri

Un caldo, lungo e tranquillo applauso del pubblico che riempiva il duomo di Pesaro, ha accolto ieri pomeriggio la fine del messaggio con cui, nel corso della celebrazione della messa, l’arcivescovo Piero Coccia ha salutato la città e l’arcidiocesi dopo i suoi lunghi diciotto anni alla guida della chiesa pesarese e di vita personale vissuta "in terra pesarese" come da sua espressione a rimarcarne l’identità rispetto alla "terra ascolana" verso la quale sono già partiti i mobili di casa. Individualmente, quell’applauso andava dall’abbraccio alla stretta di mano, dal chinare il capo in segno di rispetto da parte di molti notabili cittadini, all’omaggio anche civico da parte delle autorità, il sindaco Ricci, i consiglieri regionali Vitri e Biancani, il presidente del Consiglio comunale Perugini. Come tutti quelli che rivestono ruoli istituzionali anche monsignor Coccia lo si può scoprire dai particolari: in diciotto anni di messaggi pastorali non si ricordano inciampi di lettura mentre almeno due ne sono usciti ieri sera nel corso della lettura dell’addio, guarda caso proprio quando ringraziava le tante persone e i collaboratori che gli sono stati accanto in questi quasi vent’anni. Non è peccato pensare che sia stato magari un pizzico di emozione, dopo tutto, pur se sotto gli arredi e i paramenti dei riti immutabili della Chiesa, si trattava pur sempre di un addio dopo una lunga condivisione di giorni. Monsignor Coccia ha ripercorso velocemente la sua opera pastorale all’interno di una società e di una comunità che hanno subito e stanno subendo profonde e drammatiche trasformazioni: "Ripensando ai miei 18 anni trascorsi con voi – ha detto l’arcivescovo – registro anche io manchevolezze e insufficienze. Tuttavia posso dire con tutta sincerità che il mio impegno di pastore è stato sempre totale. Non mi sono lasciato prendere da calcoli, da carrierismi, dall’ossessione del consenso e dalla voglia smaniosa di apparire. Non sono stato a prua della nave a sventolare la bandiera ma nella stiva per far funzionare al meglio il motore e mandare avanti l’imbarcazione, a volte anche in acque tempestose. Ma voglio aggiungere una constatazione oggettiva. I miei 18 anni trascorsi a Pesaro sono passati velocemente e sono stati segnati profondamente dall’esperienza di un trapasso culturale, sociale ed ecclesiale di eccezionale portata. Un trapasso che ci ha visti protagonisti e qui parlo al plurale perché tante esperienze le abbiamo vissute insieme ed hanno costituito una sfida inedita a cui insieme abbiamo cercato di dare risposta".

Hai voglia a dire che nella chiesa il pastore è uno, ma quando è il momento dei trapassi e dell’addio quell’uno diventa una persona fisica che ha costituito come minimo una presenza importante nella vita di parecchi e fondamentale in quella dei fedeli. La fede è anche fiducia, forse questo intendeva dire Piero Coccia, arcivescovo pesarese in pensione.

f.b.

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