di Giorgio Guidelli Taglio degli occhi orientale. Soffice accento partenopeo. Così Giorgio Iacobone posava dietro alle tavole imbandite di mitra, P38 e proiettili di vario calibro che tra i Settanta e i primi Ottanta scurivano il bianco e nero dei giornaloni a nove colonne più di quanto già lo fossero. ‘Dottore’ di questura, Iacobone lo è stato da giovanissimo, a neanche troppo dopo i 20 anni. Perché, già dal ’75 a Macerata, nel ’76 impugnò il caldo timone dell’ufficio politico, oggi Digos. E lì fu tra la meglio gioventù che tentò di diagnosticare di quale male e poi metastasi stava soffrendo il Paese. E le Marche. Terra più votata ai fumi dei trattori che a quelli delle ciminiere, ma in cui il terrorismo trovò paradossalmente terreno fertile tra i campi piuttosto che in poli industriali modello Marghera. E fu lì, dove nacquero il capo politico delle seconde Br, il primo pentito della storia della lotta armata e noti personaggi dell’estrema Destra, che lo sbarbatello napoletano portò a maturazione gli...

di Giorgio Guidelli

Taglio degli occhi orientale. Soffice accento partenopeo. Così Giorgio Iacobone posava dietro alle tavole imbandite di mitra, P38 e proiettili di vario calibro che tra i Settanta e i primi Ottanta scurivano il bianco e nero dei giornaloni a nove colonne più di quanto già lo fossero. ‘Dottore’ di questura, Iacobone lo è stato da giovanissimo, a neanche troppo dopo i 20 anni. Perché, già dal ’75 a Macerata, nel ’76 impugnò il caldo timone dell’ufficio politico, oggi Digos. E lì fu tra la meglio gioventù che tentò di diagnosticare di quale male e poi metastasi stava soffrendo il Paese. E le Marche. Terra più votata ai fumi dei trattori che a quelli delle ciminiere, ma in cui il terrorismo trovò paradossalmente terreno fertile tra i campi piuttosto che in poli industriali modello Marghera. E fu lì, dove nacquero il capo politico delle seconde Br, il primo pentito della storia della lotta armata e noti personaggi dell’estrema Destra, che lo sbarbatello napoletano portò a maturazione gli studi teorici e pratici iniziati nell’ateneo romano, tra polveroni di tumulti sessantotteschi. "La nostra generazione iniziò ad avere a che fare col terrorismo – ricorda – solo che prima l’ufficio politico riguardava extraparlamentari. Ma noi non eravamo pronti nelle Marche. Mi spiego: noi avevamo due visioni. E cioè l’ordine pubblico comune e poi quello inteso come politica. Tipo: una carica allo stadio la facevi, senza troppo pensarci. Invece nel politico avevamo ripercussioni: sit in negli uffici e proteste fatte in modo piuttosto rumoroso. Bisognava muoversi con molta cautela". E così "iniziarono incendi, anche nei centri più in voga allora, tipo alla Standa. Per non parlare di azioni sparse e temerarie, come quelle dei Nap". Poi "tutto questo terminò dopo il ’78. Con il sequestro di Aldo Moro. "Che cos’era cambiato? – passa allo scanner della memoria quel periodo il dottore dagli occhi orientali – Era cambiato il nostro atteggiamento. Il compromesso storico tra Dc e Pci influì sul nostro modo di agire. Eravamo più liberi".

E proprio nel ’78 "nella primavera del caso Moro, anche qui da noi c’erano tanti posti di blocco e perquisizioni. Ma avevamo un punto di forza: eravamo molto in contatto con il centro. Con l’acquisizione di elementi e notizie coltivammo un patrimonio informativo che poi ci risultò molto utile. Questo per l’estrema sinistra. Ma anche per l’estrema destra: dopo la strage di Bologna, per esempio, ci furono varie perquisizioni. La Destra aveva una grande presenza nelle Marche, soprattutto nel sud della regione". Quando c’è chi pensa alle corazzate antiterrorismo, Iacobone racconta che "all’ufficio politico di Macerata eravamo in sette, otto, ma ad interessarci di terrorismo tre massimo quattro. Dalla nostra avevamo il supporto del questore e le nostre richieste avevano priorità". Sicché, quando i pionieri del comitato marchigiano delle Brigate rosse presero piede, furono sferrati i primi assalti politici: "Ricordo l’assalto alla Confapi di Ancona. E quello che ne seguì. Le Marche attirarono su di loro l’attenzione di un pezzo da novanta della polizia di Stato: il dottor Umberto Improta. Eravamo molto coordinati. Chi seguiva le cose delle Marche era proprio Improta, che voleva che tutte le persone sospettate fossero tenute sotto controllo". E arrivarono di colpo gli anni Ottanta. Di colpo perché il il pentimento di Patrizio Peci scatenò la violenza cieca della stella a cinque punte, ormai disintegrata ma anche più incattivita. "Quando passiamo al sequestro del fratello di Patrizio, Roberto – racconta Iacobone – abbiamo la notizia di una persona che doveva esser un complice di chi aveva sequestrato. Svolgemmo degli accertamenti e poi scoprimmo che la notizia che veniva da fuori era solo sulla base di un identikit. Iniziammo a mettere sotto controllo i telefoni e per verificare l’attendibilità della notizia arrivarono i Nocs a Macerata. Con loro facemmo un centinaio di perquisizioni nel giro di due giorni. Venne il dottor Improta a dirigere le operazioni. Ricordo degli interrogatori che facemmo insieme ad Improta. Da lì imparai tanto a livello professionale. E spesso Improta mi chiamava a Roma". Nella contingenza del sequestro "non ci furono frutti ma noi avemmo tante informazioni, una marea. Riuscimmo ad acquisire una buona conoscenza della realtà che era più vicina al terrorismo". E non fu mica quello il tramonto della stella a cinque punte.

"Ricordo i blitz col casco integrale. Fino all’82 il terrorismo andò fortissimo. Fu lì lo spartiacque: venne meno l’alone di invincibilità". Chi ha camminato sopra i carboni ardenti rossi e sopra il subdolo carbone nero cerca di darsi un perché. Perché nella loro verginità rurale, le Marche abbiano perso la loro innocenza: "Io – tenta di tirare le somme Iacobone – provo a spiegarmela così: il marchigiano è sempre stato ingegnoso, con lo sguardo orgogliosamente avanti. Non vuole sentirsi da meno. Ecco, io credo che questo spirito di emulazione abbia portato a guardare ai contesti metropolitani. E si sia poi concretizzato". In quella terra da arare. Ma fertile di piombo.