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7 mag 2022

Mascherine non conformi, Aspes alla sbarra

Il rappresentante legale Luca Pieri, chiamato a risponderne in tribunale, dice: "Noi siamo parte lesa e chiederemo i danni al fornitore"

elisabetta rossi
Cronaca

di Elisabetta Rossi

Oltre 500mila mascherine considerate non a norma, che Aspes (come proprietaria delle farmacie comunali) aveva comprato da un fornitore emiliano allo scoppio della pandemia e rivenduto nelle sue farmacie pesaresi e anche fuori regione. Con l’accusa di frode in commercio è finito a processo il legale rappresentante della società, cioè il presidente di Aspes Luca Pieri. Ieri si è tenuta la prima udienza del dibattimento in tribunale a Pesaro. Era aprile 2020, il mese della prima grande ondata del Covid, esploso in tutta la sua virulenza. Non si sapeva ancora nulla o pochissimo del Coronavirus. E non si era ancora pronti a fronteggiarlo. Le dotazioni di dispositivi di sicurezza e prevenzione, come mascherine, guanti, camici, si erano dimostrati subito insufficienti a soddisfare il bisogno. E trovarli sul mercato era un’impresa ardua. "Tra i tanti lotti che abbiamo acquistato, ci è capitato questo da 550mila mascherine – spiega il presidente di Aspes, Pieri – Ma noi abbiamo comprato e ricevuto la merce con tanto di certificazioni. Per noi era tutto in regola e secondo la legge".

Un anno dopo però l’ente certificatore si è presentato da Aspes sostenendo il vizio di quel lotto e cioè che alcuni dei certificati rilasciati potessero essere falsi. Quelle mascherine, quindi, non sarebbero state conformi alla normativa. Nel frattempo sono state ovviamente tutte vendute. E Pieri si è trovato a giudizio come presidente di Aspes. "Noi le abbiamo acquistate da una società dell’Emilia-Romagna. Ma in questa vicenda, in realtà siamo noi la parte lesa. Non a caso, dopo l’apertura di questa parentesi penale, abbiamo promosso le nostre azioni legali nei confronti di chi ci ha venduto questa fornitura. Per quanto riguarda il processo, aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso. Sono certo che emergerà la nostra totale buona fede. Tra l’altro stiamo parlando di un solo lotto su milioni di mascherine che dallo scoppio della pandemia ad oggi abbiamo comprato e venduto. Ci siamo trovati nel mezzo tra la ditta produttrice, che ha sede in Cina, e chi certifica la merce".

Secondo la procura, quei certificati che accompagnavano le mascherine non erano tali da garantire che il prodotto fosse conforme agli standard previsti nell’Unione europea. Ma la denuncia dell’ente certificatore è arrivata a mesi di distanza. Ricostruire ora i vari passaggi della vicenda è l’obiettivo del processo che entrerà nel vivo con l’udienza del prossimo novembre.

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