Massimo Moratti e l’umanesimo scientifico

Il Sigillo d’Ateneo all’imprenditore per aver saputo sviluppare un "senso di comunità" unico. Applausi travolgenti alla sua lectio

Massimo Moratti e l’umanesimo scientifico

Massimo Moratti e l’umanesimo scientifico

Tra cori da stadio alla fine della cerimonia, applausi, magliette, sciarpe e autografi, la consegna del Sigillo d’ateneo a Massimo Moratti ha avuto più un’atmosfera da Curva nord di San Siro che da aula magna di un’Università. Ieri, l’imprenditore ed ex presidente dell’Inter è stato sommerso dall’affetto dei tanti tifosi, e non solo, accorsi a Palazzo Battiferri, i quali sono stati ricambiati con altrettanto calore. Sin dall’arrivo, Moratti non si è sottratto ad alcuna domanda, fotografia, stretta di mano o richiesta di autografo, sempre col sorriso, ricevendo anche un dono dall’Inter club di Fermignano.

Tuttavia, la ragione per cui l’Università di Urbino ha deciso di insignirlo del Sigillo d’Ateneo non è solo sportivo, anzi: tra le motivazioni c’era anche la sua attività imprenditoriale, svolta in continuità con il padre, Angelo, già presidente dei nerazzurri e vincitore di due Coppe Campioni negli anni ‘60, e il resto della famiglia, così come le sue iniziative nel campo del sociale, dal progetto Inter campus "che aiuta 12mila bambini in zone difficili del mondo e mi manca, anche se mia figlia Carlotta continua a seguirlo", a quelle con Emergency e Gino Strada.

"Per noi è un piacere e un orgoglio averlo qui – ha commentato il magnifico rettore, Giorgio Calcagnini –. Quando individuiamo persone a cui assegnare questi riconoscimenti, cerchiamo figure che incarnino i valori del nostro Ateneo e dei nostri laureati e laureate, figure che oltre ai lati tecnici abbiano sviluppato il senso di comunità caro all’umanesimo scientifico di cui la nostra Università e la nostra città sono eredi".

Grato e "onoratissimo" per un titolo "che sicuramente non merito, ma che rappresenta un momento bellissimo della mia vita", Moratti ha definito il Sigillo "un premio alla mia famiglia". Proprio della famiglia ha parlato durante la lectio magistralis, più un racconto a braccio che un discorso impostato come si era visto in altre occasioni: "Ciò che vivevamo provocò un sentimento comune che pervase noi fratelli e sorelle, permettendoci di crescere in maniera sana e libera. Questo lo dobbiamo all’aver avuto un papà formidabile, d’intelligenza finissima e umanità immensa. Si parla di un periodo come gli anni ‘50 e ‘60 in cui tutto si vedeva con fiducia: ognuno aveva la speranza e la certezza che il futuro sarebbe stato migliore. Così è capitato a casa mia, in un’industria difficile ma affascinante come quella del petrolio. Nel tempo, la filosofia è cambiata e ora il clima ci fa capire che dobbiamo imboccare una certa via, per l’energia. Mentre gestiva l’azienda, mio fratello Gian Marco si è fatto conoscere anche per aver contribuito alla nascita del centro di San Patrignano. “A noi va bene, ma agli altri cosa succede?“, fu il suo pensiero, e così affrontò al 100% il problema della droga. Fa parte del dovere di tutti partecipare alla vita degli altri, per fare in modo che non restino esclusi da quanto noi consideriamo normalità. L’Inter non è stata un’opera di generosità all’inizio, ma alla fine un po’ sì. Le difficoltà che abbiamo trovato in partenza sono servite come esperienza e si sono trasformate in fortuna nella raccolta finale di titoli. Per me è stato un privilegio e mi fa piacere che la mia famiglia abbia preso con la giusta misura questa cosa. Ci siamo divertiti e spero si siano divertiti anche i tifosi".

Nicola Petricca