Si chiama Daniele Egidi, ha 54 anni, tecnico informatico in tribunale, sposato, papà di un figlio, abita a Fano. Persona colta, assennata e mite. Con una convinzione granitica, almeno fino all’altro ieri: "Il Covid-19 è un’influenza e le immagini delle corsie ospedaliere solo retorica del potere". Aggiornamento Approvato il nuovo decreto: cosa succede dal 7 gennaio - Negazionista pentito conteso dalle tv: "Sul Covid sono stato un paranoide" Poi, dopo sette giorni di febbre tra i 37 e i 38 gradi, affrontata a casa, il 30 dicembre è stato necessario per lui il ricovero in ospedale a Pesaro,...

Si chiama Daniele Egidi, ha 54 anni, tecnico informatico in tribunale, sposato, papà di un figlio, abita a Fano. Persona colta, assennata e mite. Con una convinzione granitica, almeno fino all’altro ieri: "Il Covid-19 è un’influenza e le immagini delle corsie ospedaliere solo retorica del potere".

Aggiornamento Approvato il nuovo decreto: cosa succede dal 7 gennaioNegazionista pentito conteso dalle tv: "Sul Covid sono stato un paranoide"

Poi, dopo sette giorni di febbre tra i 37 e i 38 gradi, affrontata a casa, il 30 dicembre è stato necessario per lui il ricovero in ospedale a Pesaro, reparto covid. La situazione stava degenerando: ossigenazione all’86 per cento, polmonite bilateriale, difficoltà respiratorie sempre più marcate. Ieri, Daniele Egidi ci ha chiamato per dirci questo: "Sono attaccato all’ossigeno ma respiro ancora male. La polmonite c’è. Volevo anche dire che sul Covid-19 non avevo capito niente o non volevo capire niente. Rifiutavo inconsciamente l’idea che la pandemia fosse grave, minimizzavo culturalmente l’ emergenza sanitaria. Appena arrivato in ospedale, prima ancora di andare in camera, ho visto passare davanti a me 7 codici rossi per covid, cioè sette persone gravissime che avevano la precedenza. Lì, in quel momento, mi sono detto che ero stato fuori dal mondo, cieco di fronte alla realtà. Forse è anche brutto dirlo e nemmeno giusto ma per rendersi conto davvero su ciò che stiamo vivendo, bisogna passarci. Ho visto che non c’era nulla di inventato in quelle immagini televisive degli ospedali stracolmi, delle terapie intensive al collasso, degli ospedali da campo, della gente che muore. Sto cercando di capire perché rifiutavo di accettare l’allarme per il Covid-19. Forse non condividevo la gestione dell’emergenza, pensando che ci fosse un altro modo, e questo mi portava a non dare reale importanza alla pandemia. E poi sminuivo il lavoro sanitario, quei medici e infermieri che come palombari curavano i malati. Li credevo più o meno attori magari inconsapevoli di una generale messinscena. Invece è tutto vero. Vederli impegnati allo spasimo per noi, a loro rischio, visto che anche oggi 4 infermieri sono risultati positivi, è una sensazione straordinaria. Mi si è spalancato un mondo che nemmeno immaginavo, qui tutto segue una logica e un suo percorso. Se posso dare un giudizio a quello che sto vivendo qui dentro, dico non sempre va messo in discussione quello che ci capita, bisogna fidarci e affidarsi agli altri. Io non mettevo la mascherina fuori dal lavoro, la ritenevo inutile, una recita anche se non avevo comportamenti contrari alla legge. All’esterno semplicemente non la mettevo per scelta. Ma solo ora, qui, ho capito che sbagliavo". Ieri, al San Salvatore, non c’era nemmeno più l’acqua per i ricoverati. "Ho dovuto chiamare un negozio di mia fiducia – racconta Daniele Egidi – per farmi portare 10 bottiglie al pronto soccorso. C’è anche quest’emergenza, che spero venga superata. Niente è facile qui dentro: né bere né respirare"

Roberto Damiani