TIZIANA FULIGNA*
Cronaca

Pesaro, provare a capire Marina Abramović. Lo spettatore indaghi su se stesso

La storica Tiziana Fuligna alla mostra allestita alla Pescheria per Pesaro Capitale della Cultura 2024

Provare a capire Marina Abramović. Lo spettatore indaghi su se stesso

Provare a capire Marina Abramović. Lo spettatore indaghi su se stesso

Pesaro, 13 giugno 2024 – Ne “L’ultima immagine” di James Hillman scritto con Silvia Ronchey, l’autore si sofferma sulla natura delle immagini. Egli ci dice che il potere dell’immagine è creare esperienza. Un’opera d’arte, pertanto, è tale quando ha il potere di suscitare in noi un’esperienza che non necessariamente è legata al senso tradizionale di bellezza.

La performance virtuale di Marina Abramović, prodotta da Tin Drum con la regìa di Todd Eckert, ospitata negli spazi del Centro Arti Visive della Pescheria di Pesaro, ha questo potere. Si entra inizialmente in uno spazio museale: fotografie e video sono funzionali a spiegare l’opera che di lì a poco il visitatore sarà portato ad esperire. È dettagliatamente illustrata la preparazione del corpo digitale che sarà il vero protagonista dell’opera d’arte. Nel video si dice espressamente che la narrazione virtuale ha lo scopo di fermare l’immagine dentro il flusso del tempo e renderla immortale. Infatti, in una classica performance di body art, l’opera esiste per la durata dell’azione, vive nell’hic et nunc, e resta nella memoria collettiva attraverso fotografie e video.

Qui, invece, l’opera consiste in una proiezione dell’ologramma dell’Abramović, vestita di rosso, che si muove in uno spazio digitale dove anche il visitatore è portato ad entrare attraverso particolari visori. Lo spazio dell’opera diventa, quindi, per il tempo della performance, anche lo spazio del pubblico che segue questo corpo muoversi, smaterializzarsi per poi materializzarsi di nuovo, in una dimensione di assenza e presenza.

I movimenti lenti di Marina hanno il sapore delle icone antiche, costringono l’osservatore a stare lì, a guardare l’immagine che si muove dentro un cerchio nero reale e, al contempo, dentro un cerchio di luce virtuale. Il corpo digitale dell’artista esce ed entra, varca il limite, e ogni volta che esce diventa ombra dentro il cerchio di luce, in un gioco infinito. L’immagine non ha profondità, è l’ombra che l’essere umano è, e diviene il simbolo di un corpo spirituale, quello di ognuno di noi, che cerca il proprio significato al di là della mera apparenza. È qui che vediamo l’immagine invisibile dentro quella visibile: come davanti ai riquadri rossi che l’artista poc’anzi ci aveva invitato ad osservare, perdiamo lo sguardo dentro il rosso del vestito; dentro le ferite della sua anima, ritroviamo la nostra, in bilico sul confine di un mondo di mezzo dove l’immaginazione attiva, direbbe Jung, prende il sopravvento.

Siamo pezzi di mondo cresciuti dentro un nome. Se lasciamo il nome, dentro la nostra ombra, ritroviamo il mondo. E noi stessi.

*Storica dell’architettura

e dell’arte contemporanea