di Marina Verdenelli C’è un indagato in più nel fascicolo madre della strage di Corinaldo che la Procura ha chiuso subito dopo la sentenza di condanna della banda dello spray, arrivata giovedì. E’ un buttafuori di Rimini che quella notte doveva vigilare proprio sull’uscita numero 3, quella dove si creò la calca delle persone in fuga dopo lo spruzzo dello spray al peperoncino. Emerge nell’atto di conclusione indagini firmato dal procuratore capo Monica Garulli e dai pubblici ministeri Valentina Bavai e Paolo Gubinelli. Le notifiche sono iniziate ad arrivare ieri alle parte interessate dopo...

di Marina Verdenelli

C’è un indagato in più nel fascicolo madre della strage di Corinaldo che la Procura ha chiuso subito dopo la sentenza di condanna della banda dello spray, arrivata giovedì. E’ un buttafuori di Rimini che quella notte doveva vigilare proprio sull’uscita numero 3, quella dove si creò la calca delle persone in fuga dopo lo spruzzo dello spray al peperoncino. Emerge nell’atto di conclusione indagini firmato dal procuratore capo Monica Garulli e dai pubblici ministeri Valentina Bavai e Paolo Gubinelli. Le notifiche sono iniziate ad arrivare ieri alle parte interessate dopo che la Procura ha ufficialmente chiuso l’inchiesta sui proprietari dell’immobile, sui gestori della discoteca, un dj, addetti alla sicurezza, sulla commissione comunale di vigilanza di Corinaldo presieduta dal sindaco Matteo Principi e due ingegneri.

Le persone fisiche indagate salgono quindi a 18 (inizialmente erano 17) e a queste si aggiunge anche una società, la Magic Srl che gestiva la discoteca Lanterna Azzurra, quella dove la notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018 morirono cinque minorenni e una mamma di 39 anni. La Magic e i 18 indagati rischiano di finire quindi a processo, il secondo, quello del filone ritenuto più importante dai familiari delle vittime perché basato sulle responsabilità della sicurezza del locale, che tira in ballo dipendenti pubblici e un vigile del fuoco oltre al sindaco di Corinaldo, che era aperto e faceva attività di pubblico spettacolo sul rilascio di autorizzazioni che, secondo la Procura, non dovevano essere rilasciate perché la discoteca presentava molte carenze strutturali. Le contestazioni, rispetto alla seconda proroga d’indagine arrivata durante il lockdown, sono rimaste quasi invariate ad eccezione della proprietà del locale, la famiglia Micci e Paialunga e del loro consulente, l’ingegnere Maurizio Magnani, che non hanno più il falso in certificati. Confermato a tutti e 18 la cooperazione in omicidio colposo plurimo, le lesioni e il disastro colposo.

Il buttafuori che è stato aggiunto alla lista è un riminese di 30 anni, Alessandro Righetti. Per la Procura l’addetto alla sicurezza, incaricato a sorvegliare proprio l’uscita numero 3, sarebbe rimasto inerme durante il caotico deflusso del pubblico. Righetti non si è attivato per sollecitare l’intervento di personale di supporto e né per prestare soccorso ai giovani caduti e nemmeno per orientare il personale di soccorso. Le contestazioni sul mancato rispetto della sicurezza, dalle autorizzazioni rilasciate ai certificati di agibilità, sono più dettagliate per circoscrivere bene le responsabilità di ognuno. Nella pista 1 gli organizzatori avevano fatto entrare 1.158 persone, ha stabilito la Procura, contro le 459 di capienza massima ammesse. L’avvocato Marina Magistrelli, che difende Principi, il vigile del fuoco Rodolfo Milani e il responsabile del Suap Massimo Manna afferma che "non possono essere imputate al 2017 verifiche sulle aperture del locale che sono state fatte nel 1996".