Le zanne che credeva di avorio erano invece volgare osso
Le zanne che credeva di avorio erano invece volgare osso

Pesaro, 15 marzo 2019 - Aveva comprato ad un mercatino a Pesaro, nel marzo 2010, oltre 70 statue orientali e delle zanne d’elefante. Che credeva di giada e di avorio. Invece erano di volgare osso ma le pagò 1 milione 212.830 euro. Una fortuna. A vendere gli oggetti erano stati dei truffatori d’arte francesi arrivati in città per una mostra a Rocca Costanza.

L’acquirente, un facoltoso ingegnere pesarese, al tempo 60enne, era rimasto talmente affascinato dalla collezione di statue raffiguranti cavalieri, leoni da 30 kg l’uno, cavalli di 50 kg, tre statue raffiguranti povertà, accidia e bellezza alte 70 cm, samurai, rane, pesci, guerrieri, pescatori, donne con kimono, tutte all’apparenza di giada.

L’ingegnere ha pensato di trasformare quella visione nell’investimento della vita. La mostra durava due giorni. Al primo è stato agganciato dai truffatori, al secondo aveva già iniziato a pagare le statue con soldi e lingotti d’oro versando a rate in meno di un mese anche degli assegni. Tanto che il direttore di banca dove l’ingegnere aveva il conto si allarmò chiedendo se fosse tutto a posto. Ebbe una risposta tranquillizzante. 

Nel giro di un mese, i mercanti francesi avevano incassato il malloppo. Sparendo. Solo un anno dopo, scoperto l’inganno, l’ingegnere presentò la querela per il raggiro. L’inchiesta non è riuscita a rintracciare i truffatori, eccetto l’intestataria del conto corrente aperto a Peschiera del Garda da marzo ad aprile 2010 dove l’ingegnere versò assegni per un totale di 150mila euro. Si chiama Cathy Hoffman ed è francese. Ieri al processo a Pesaro, che la vedeva come unica imputata del mega raggiro con l’accusa di riciclaggio, è stata assolta perché il fatto non sussiste. Il pm Cecchi aveva chiesto 3 anni e 2 mesi di reclusione, la parte civile (avvocatessa Stefania Calma) si era associata alla richiesta. Il difensore, avvocato Francesca Paradisi aveva spiegato che non c’era l’elemento soggettivo. Cioè la cliente pensava fosse tutto regolare. Ma l’assoluzione sarebbe stata certa per gli 8 anni trascorsi tra querela e processo.