Pesaro, 18 dicembre 2017 - Sono solo un po’ troppo tranquilli per essere veri. Ma per il resto – il colore della pelle, le pieghe delle mani, l’espressione del viso, persino il peso – ingannano davvero la percezione dei sensi. Conosciutissime in America, tanto da aver dato vita a un fenomeno sociale, stanno cominciando a far parlare di sé anche in Italia e a Pesaro dove vive e lavora Ana Paula Rodrigues Da Silva, artista 46enne di origine brasiliana, creatrice di splendide ‘bambole-reborn’, cioè, letteralmente, ‘rinate’. Si tratta di manufatti artistici, modelli unici lavorati artigianalmente e spesso utilizzando le tecniche del cinema che possono arrivare a costare migliaia di euro. Roba da collezionisti insomma, non certo giocattoli, che a Pesaro non poteva che giungere da una outsider. A gennaio si terrà una mostra dell'artista a Pesaro, dopo il successo di quella che si è tenuta i primi di dicembre nei locali attigui alla piazzetta delle Erbe. 

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Da dove nasce questa passione, che ispira moti di tenerezza misti a un senso del macabro?

«In Italia sono ancora poco diffuse, ma in America vengono viste come manufatti artistici, da collezionare. Più sono iperrealisti, più costano».

Ci sono anche ‘derive’ psicologiche: donne che accudiscono le bambole come fossero figli. Quasi una soluzione all’infertilità, scelta o subita.

«Per la mia esperienza, di solito non si cerca la sostituzione di un bambino vero, ma è vero che, ad esempio, le bambole reborn sono considerate utili in certe terapie con anziani. E c’è chi porta le fotografie dei figli piccoli per farsi fare un clone esatto».

Come fa a rendere l’iperrealismo?

«Consideri che ci vogliono almeno 40 ore di lavoro solo per la pittura. Poi ci sono i capelli (in Italia non si vogliono quelli veri, ma al massimo quelli derivati dalla lana di un particolare tipo di pecora, costosissimi ma molto realistici) che vengono cuciti uno ad uno.... e così via».

Perché secondo lei le sue bambole suscitano questi sentimenti ambivalenti?

«Perché guardandole, abbracciandole, i nostri sensi ci comunicano una cosa sola, e cioè che sono vere. Ma il cervello ci impedisce di crederci».

La prossima mostra?

«A gennaio, ma stiamo ancora decidendo la location e la data precisa».