Leonardo Castellani e Pasquale Rotondi a Urbino
Leonardo Castellani e Pasquale Rotondi a Urbino

Urbino, 1 ottobre 2019 - Cosa ci fa Pasquale Rotondi in camicia nera nella foto che pubblichiamo in questa pagina? Accanto a lui in divisa da fascista il grande artista Leonardo Castellani e dirigenti del Partito Nazionale Fascista, nel 1944. Questa foto, scattata dentro il Palazzo Ducale di Urbino, è riemersa dopo decenni da un archivio privato e offre lo spunto per nuove riflessioni sulla vicenda del salvataggio delle opere d’arte di cui Rotondi fu indiscusso protagonista.
La storia di Pasquale Rotondi (1909 - 1991) – lo ricordiamo per chi non lo sapesse, lo storico dell’arte che negli anni Quaranta trovò rifugio a migliaia di dipinti nella rocca ubaldinesca di Sassocorvaro e documenti nel palazzo dei principi di Carpegna – è stata scritta e raccontata infinite volte.
Ma oggi, come negli anni passati, un dubbio rimane: siamo veramente sicuri che i tedeschi non fossero pronti al saccheggio (perché sapevano dove erano le opere, ma lo svolgimento della guerra fu a loro sfavorevole) e davvero, come molti pensano, non erano informati dell’operazione del trasferimento di migliaia di opere dalle loro sedi naturali a Sassocorvaro e Carpegna? Davvero tutto avvenne sotto il loro naso in un’Italia dove i rapporti tra fascisti e nazisti erano assidui? I servizi segreti tedeschi come potevano non saperne niente? La maggior parte dei testimoni dell’epoca è morta, ma Giuliano Donini, urbinate, già segretario della Scuola del Libro di Urbino per decenni, raccolse confidenze che rivela solo oggi. Confidenze che abbinate a questa foto, rafforzano il senso della sua testimonianza (alla quale potremmo aggiungere, un giorno se fosse necessario, la ripresa filmata di Pasquale Rotondi che in un evento pubblico fa controvoglia un saluto fascista perché come tutti è costretto ad aderire al Pnf e ad avere rapporti con fascisti e nazisti).

La Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro (PU)
«I tedeschi – racconta Donini – sapevano tutta la verità sul deposito di dipinti nella rocca di Sassocorvaro. Non è vero che tutto si svolse a loro insaputa. Ho appreso che ogni spostamento di Rotondi con i quadri era preceduto da un’automobile civetta con i tedeschi a bordo. Sapevano dove andavano e sapevano cosa si stava facendo. Sapevano quali dipinti venivano trasportati. In certi casi Rotondi ha fatto il viaggio assieme ai tedeschi, altre volte seguìto, in ogni caso ben scortato».
Giuliano Donini potrebbe dunque riscrivere una pagina di questa storia che si celebra proprio in questa settimana (il Premio dedicato a Rotondi si sviluppa in questi giorni), e ovviamente queste rivelazioni nulla tolgono al coraggio di Rotondi, che rimane una figura chiave – sicuramente fondamentale – nel preservare migliaia di opere d’arte.

Foto d'epoca, lo spostamento di alcuni dipinti nella Rocca di Sassocorvaro
Ma, a onor del vero, la ricostruzione storica fatta da molti andrebbe aggiustata considerato che Donini è figura di spicco della cultura urbinate e di totale affidabilità. Dal suo racconto emerge che l’operazione definita in anni recenti come “Arca dell’Arte” non era “segretissima”, ma semplicemente “riservata”. Insomma, non si sbandierava, ma chi doveva sapere, sicuramente sapeva e aveva tutto l’interesse a che andasse in porto: in caso di vittoria tedesca, per i nazisti era più rapido e pratico portare via migliaia di opere, già nelle casse protettive, da un sol luogo.
«Quanto affermo è il frutto delle mie conversazioni con il professor Pietro Zampetti, eminente storico dell’arte, uno che conosceva benissimo Urbino – dove insegnò all’Università – e il suo collega Pasquale Rotondi. Sono stato il braccio destro di Zampetti, nel tempo ho avuto molta confidenza con lui. Ma non all’inizio perché ero stato alunno di Rotondi e in principio Zampetti aveva un po’ di diffidenza nei miei confronti proprio per questo, poi capii perché. All’inizio della mia carriera alla Scuola del Libro mi faceva le pulci sugli atti amministrativi. Un giorno sbottai, persi la pazienza. Gli dissi: “Non sono un letterato, ma se mi dice di rifare le lettere per spostare una virgola... proprio non mi va”. Poi capii che Rotondi aveva a che fare con quell’atteggiamento duro verso di me. Zampetti mi disse queste parole: “Rotondi non è quell’eroe che pensate voi. Andava con la macchina a portare le opere a Sassocorvaro, ma era anticipato o scortato dai tedeschi. Non era sotto la minaccia di qualcuno, era protetto dai tedeschi. Il suo è un eroismo che va ridimensionato”».
La affermazioni di Donini faranno scalpore. «Da allora, dopo quel chiarimento e con quella rivelazioni – conclude Giuliano Donini – io e Zampetti diventammo grandi amici e in più occasioni mi ribadì questa storia. La svelo dopo decenni per onorare la verità raccontandola al Carlino».


(articolo uscito in edizione cartacea il 29 settembre 2019, il Resto del Carlino, edizione di Pesaro, pagina 30)