Davide Baioni e l'area definita come "Noctis Labyrinthus"
Davide Baioni e l'area definita come "Noctis Labyrinthus"

Urbino, 9 settembre 2018 - L'Università di Urbino alla conquista di Marte. Una recente ricerca del Dispea (Dipartimento di Scienze Pure e Applicate) ha portato a un’importante scoperta sul pianeta rosso: «Abbiamo individuato delle formazioni carsiche. Questo prova che in passato ci fosse acqua allo stato liquido sulla sua superficie», spiega Davide Baioni, docente di telerilevamento e geomorfometria che ha curato lo studio.

Qual è la connessione tra le due cose?

«Il carsismo è un processo di erosione chimica che l’acqua esercita su alcuni tipi di rocce. Come sulla Terra, così anche su Marte può avvenire solo se si trova in forma liquida, non di ghiaccio o vapore, perciò le doline e le altre formazioni carsiche che abbiamo individuato danno la certezza che fosse presente acqua sul pianeta in qualche epoca passata».

Perché è così importante il carsismo?

«Perché è la chiave per capire l’ambiente di formazione e le variazioni climatiche. Il fenomeno che abbiamo studiato nell’area definita Noctis Labyrinthus (Labirinto della notte) è la prova di un cambiamento climatico avvenuto in un periodo recente, credo nell’ordine dei 20 milioni di anni. Sono sempre più convinto che Marte un tempo fosse un ambiente molto simile alla Terra, con laghi e oceani, che ospitasse forme di vita e che rappresenti ciò che il nostro pianeta diventerà in un lontano futuro».

Come siete arrivati alla conclusione che si tratta di fenomeni carsici?

«Per esclusione. Una depressione può essere prodotta da processi anche molto diversi tra loro e, non potendo operare di persona, questo era l’unico modo che avevamo per capire quale fosse intervenuto in questo caso. Grazie alla nostra esperienza sul campo abbiamo studiato le immagini inviate dalla sonda MRO dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), restringendo il campo fino concludere che si trattasse di formazioni carsiche».

RICERCA Davide Baioni, 50 anni, mostra la zona di Marte che studia da molti anni

La vostra ricerca è stata inserita nel volume “Marte Dinamico”, uscito ad agosto, che raccoglie studi sul pianeta ed è l’unica di un ateneo italiano a essere presente. Come avete fatto a comparire in questo importante libro?

«In passato avevamo già pubblicato ricerche su riviste di rilievo internazionale. Gli editori, che conoscevano queste pubblicazioni, ci hanno contattato perché volevano dedicare un capitolo ai nostri studi proprio per la loro particolarità di individuare formazioni legate alla presenza di acqua liquida».

Quando avete cominciato a studiare geologia e morfologia di Marte?

«Nel 2005, grazie a un’intuizione del professor Forese Carlo Wezel. Mentre stavo preparando la mia tesi sulla neotettonica nelle Marche mi chiamò dicendomi “lei da lunedì si occuperà anche di Marte”. All’inizio ero molto scettico, ma fu la mia fortuna. Wezel mi spedì subito a un convegno dell’ESA a Noordwijk, in Olanda, in cui venivano presentate le prime immagini ad alta risoluzione di Marte. Lì capii anche perché gli studi procedevano a rilento».

Qual era il problema?

«Non erano affidati a geologi. A Noordwijk incontrai geochimici e geofisici, ma di persone con esperienza diretta sul campo ce n’erano davvero poche. Non c’erano studiosi in grado di notare le similitudini tra Marte e la Terra. Alla NASA stessa era sfuggito il fenomeno del Noctis Labyrinthus, nonostante ce l’avessero sotto gli occhi, mentre noi l’abbiamo individuato. E quando facciamo notare a queste agenzie delle cose che loro non hanno visto è sempre una soddisfazione».

Che ruolo ha la geologia planetaria per la vostra facoltà?

«Siamo uno dei pochissimi atenei italiani ad aver inserito nel programma questo studio. Studio che si è poi allargato perché abbiamo cominciato ad analizzare anche una luna di Saturno, Titano, quindi è una geologia anche di satelliti, non solo di pianeti. Due nostre ricerche sono state classificate come PRIN, progetti di ricerca di interesse nazionale, e finanziate dallo Stato. Negli anni, il crescente interesse verso i nostri studi ci ha portato a collaborare con diverse università estere, soprattutto in Spagna, Slovenia e Canada».

Che progetti ci sono per il futuro?

«A marzo, assieme ad altri atenei italiani, abbiamo chiesto il finanziamento statale per uno studio comparato tra alcune aree marziane e i laghi vulcanici presenti in Centrafrica. Si tratta di una zona con condizioni estreme simili a quelle che potevano esserci su Marte in passato e in cui si sviluppano certe forme di vita dette batteri estremofili. A novembre, durante un convegno internazionale in Tunisia, presenteremo una ricerca sulle forme carsiche presenti in un cratere nella zona equatoriale di Marte».