DOPO aver creato da zero e portato sul mercato in sei anni con buoni risultati un’azienda di microchip per molti mercati, skipass compresi, Marco Astorri e Guy Cicognani avranno pensato di essere arrivati a destinazione. La loro avventura, invece, non era ancora iniziata.

Astorri, com’è che un imprenditore, di punto in bianco vende tutto e fonda Bio-On, una startup di tecnologie per la produzione di bioplastiche?

«Un nostro grosso cliente, un giorno ci raccontò il problema di vedere riaffiorare, a neve sciolta, milioni di skypass usati. Così abbiamo capito che la plastica domina le nostre vite da decenni, e che ne siamo schiavi, la usiamo in tutto, dai vestiti alle auto, eppure non riusciamo più a sostenerla. ‘Un modo ci dev’essere’, pensammo, e ci mettemmo a cercarlo».

L’avete trovato?

«Sì, era stato scoperto in Francia cento anni fa: si chiama Pha. Sono i polimeri verdi più verdi che esistano, perché hanno origine dagli scarti alimentari e vengono prodotti da un batterio non modificato geneticamente e non patogeno, senza uso di chimica. Diventano plastica e poi, finito il loro corso, tornano cibo per altri batteri non patogeni, senza lasciare o aggiungere nulla in natura, né intaccare la catena alimentare. Bisognava solo capire come produrli».

Le giro la domanda.

«La ricerca ci ha portato in un laboratorio alle Hawai, che aveva la risposta ma non trovava nessuno a cui venderla. Siamo diventati esclusivisti mondiali, l’abbiamo portata a Minerbio, e siamo partiti».

Una piccola startup.

«Nata da un notaio, non lo dimenticherò mai, il giorno stesso in cui i tg passavano le immagini dei dipendenti di Lehman Brothers uscire con gli scatoloni...».

Ci sarà voluto coraggio a indebitarsi.

«Ma non ci siamo indebitati. Piuttosto siamo andati da chi ha scarti alimentari, quindi un costo, a offrire un progetto che trasformasse quei costi in una ricchezza. I primi sono stati i produttori di zucchero, poi quelli di patate, e così via».

Nel frattempo i giornali si accorsero di voi.

«Fu un’escalation: quotidiani e tv italiane, poi straniere. Nel frattempo continuavamo a crescere. A un certo punto la Borsa si è accorta di noi. Ci siamo quotati a ottobre 2014: dopo aver suonato la campanella di Palazzo Mezzanotte. In un bar buttai un occhio al titolo di un quotidiano. Recitava, su per giù: ‘Nessuno più si quota in Borsa’».

Tra qualche mese inaugurerete a Castel San Pietro uno stabilimento produttivo: ma non eravate solo fornitori di tecnologie e di licenze?

«L’obiettivo dello stabilimento di Castel San Pietro, un investimento da 20 milioni di euro, è produrre bioplastiche per il mondo della cosmetica e creare degli standard di prodotto in quel settore. Ma quel polo sarà poi utile per aprire altri mercati, perché nel frattempo abbiamo scoperto che il nostro è un prodotto piattaforma, in grado di sostituire un elevato di plastiche tradizionali oggi sul mercato. Insomma, questo è solo l’inizio».