«LA CHIAVE per attraversare la tempesta della crisi io ce l’avevo. Ma continuavo a dare buoni consigli ad aziende che, non appena giravo l’angolo, ricadevano negli errori di sempre». Così Durim Cillnaku alla fine si è messo in proprio. Già, che il coraggio non gli manca: è partito dall’Albania a 15 anni con la fiumana dei primi migranti, poi le superiori a Bari, l’università a Bologna, il tirocinio da commercialista, il successo da consulente aziendale, infine l’imprenditore. «Ma rivolgersi a un consulente – spiega –, è come andare dal dietologo. Parti carico, vedi i primi risultati, ti impegni, ma poi finisce che riapri il frigo, e addio dieta. Il dietologo è appagato dalla parcella, sì, ma non ha soddisfazioni».

Cillnaku, meglio far da soli.

«Mi era capitato di avere a che fare con molte aziende termoidrauliche. Conoscevo il settore, e avevo ben chiaro in testa un piano per resistere e generare utili, anche in mezzo alla crisi».

Già, stiamo parlando del 2012.

«L’anno in cui tutti scappavano dall’impresa, io ho deciso di iniziare».

Ci spieghi il progetto.

«Vede, il mondo della termoidraulica è ancora sostanzialmente artigiano, polverizzato in micro-imprese da una o due persone. Ma le sfide che ha di fronte necessitano di spalle ben più larghe: ci sono i temi del risparmio energetico, le normative da rispettare, un’informatizzazione spinta, una burocratizzazione imposta dall’Europa e in Emilia la rivoluzione del Criter».

Sarebbe?

«Una sorta di catasto digitale al quale tutti gli impianti che superano una certa soglia devono aderire, mettendo in rete caratteristiche, consumi, dati di manutenzione. Una sfida per un’impresa, pensi per un artigiano».

E la crisi che c’entra?

«La crisi in questi anni ha razionalizzato il mercato della termoidraulica. Molti hanno chiuso nell’impossibilità di aggiornarsi costantemente. Noi ci siamo inseriti in questo movimento naturale, salvando due imprese storiche del territorio, integrandole, razionalizzandole e innovandole. Non una semplice acquisizione di clienti, ma l’innesto di una concezione industriale, in grado generare economie di scala, crescere e valorizzare persone e competenze».

Sta funzionando?

«Siamo partiti in tre e ora siamo in 23, per 1,5 milioni di fatturato. Il piano prevede di arrivare a 100 persone (abbiamo posizioni tecniche aperte anche in questo momento) e 20 milioni di fatturato in 5 anni».

Come pensa di fare?

«Ampliando il portafoglio clienti, facendo nuove acquisizioni e puntando su un servizio di presa in carico totale, con la gestione chiavi in mano di un impianto nel tempo».

Questo per l’offerta di servizi. Ma come si professionalizza invece un impiantista?

«Con una logica di formazione continua che mettiamo in atto nella nostra sede bolognese, dove abbiamo attrezzato un’aula per tutti i nostri addetti, dai progettisti agli amministratori e i manutentori. L’ha mai vista un’impresa di impianti con un’aula didattica? In questo siamo diversi. E vinciamo».