Bologna, 5 giugno 2018 - Tante donne in fabbrica alla Knott di Pianoro, molti giovani e un’unica prescrizione: ogni quattro ore al massimo si cambia mansione. A scelta, purché non sia la stessa di prima. È la filosofia industriale di Flaviano Fabbri, 75 anni, fondatore nel 1982 della Knott Italia, consociata della multinazionale tedesca leader nel settore dei sistemi frenanti per mezzi speciali.

Fabbri, lei cominciò come rappresentante in Italia dei prodotti tedeschi. Poi creò a Pianoro la prima consociata estera. Era poco più che trentenne: come li convinse?

«Conquistando la loro fiducia. O se vuole: parlando in tedesco».

Non proprio normale per un ragazzo di quegli anni.

«Fu un caso. A 15 anni la scuola che frequentavo ci propose un periodo di apprendistato in Germania. Ci presentammo in oltre duemila. Io riuscii a passare. Così partii e finì che rimasi lì qualche anno, a lavorare e terminare gli studi. Quando tornai in Italia incrociai la Knott, cliente dell’azienda per cui lavoravo, e quel tedesco mi tornò utile. Mi proposero di lavorare per loro».

Vendeva i loro prodotti, poi iniziò a produrne: c’è una bella differenza.

«Un giorno il signor Knott mi disse: i cavi Bowden che compriamo all’esterno vorremmo farli in proprio, ma non sappiamo da dove iniziare. Voi italiani avete più inventiva: pensaci tu».

E lei da dove cominciò?

«Da zero, ovvero dal progettare e costruire internamente i macchinari per produrre un cavo del genere, visto che non esistevano, all’epoca, linee di produzione già pronte allo scopo».

Ci riuscì?

«Studiammo per tre anni interi, e tanto ci sbattemmo la testa che ci riuscimmo. Siamo ancora oggi l’unica consociata del gruppo Knott a produrli per tutti gli altri».

I tedeschi che si fidano degli italiani?

«Ecco, sfatiamo questo luogo comune: i rapporti tra tedeschi e italiani, nell’industria, sono ben diversi da come li descriviamo nelle barzellette. Lavoriamo benissimo insieme, perché siamo complementari: l’italiano ha inventiva, ma si annoia presto, e spesso fa il solista. Il tedesco è meno creativo, ma conosce il gioco di squadra, è affidabile nel tempo, e sa rendere ogni processo produttivo una macchina perfetta. Entrambi sono diffidenti l’uno dell’altro all’inizio, poi quando un rapporto parte diventa eterno. Veda il nostro caso».

Oggi quanti siete a Pianoro?

«In 70. Assembliamo e vendiamo in Italia i prodotti tedeschi e produciamo per tutto il gruppo i cavi e, dal 1996, anche alcuni ammortizzatori speciali».

Perché fare saltellare ogni dipendente da una mansione all’altra ogni quattro ore?

«Perché farli annoiare a morte con un lavoro ripetitivo per otto ore al giorno, dodici mesi all’anno? Certo, formare ogni dipendente per tutti i settori è più lungo e complicato. Ma pensi a lungo termine: se qualcuno si assenta non hai alcun problema, tutti sono intercambiabili».

Lungimiranza tedesca.

(ride, ndr) «Dopo tutti questi anni siamo diventati un po’ tedeschi anche noi. E loro un po’ italiani».