‘LA BOTTEGA’. La chiama ancora così Antonio Bonacini, presidente della Labanti e Nanni, anche se la sua è ormai un’azienda da 15 milioni di euro e 75 dipendenti. Lo era, effettivamente, quando nacque: una piccola stamperia dalle parti del Pratello, finita poi all’interno del gruppo Fochi.

Bonacini, lei è ingegnere meccanico, e lavorava per Fochi. Com’è finito a stampare astucci di carta?

«Nel ’97 con mio figlio Fabio e un terzo socio, Andrea Fanti, decidemmo di prendere il controllo della Labanti e Nanni e lanciarci in questa avventura. Ci affascinò l’idea di tentare un’avventura imprenditoriale in proprio, sebbene di stampa non sapessimo nulla».

I fondatori erano ancora in azienda?

«Ci rimasero qualche mese. All’epoca la produzione era orientata sulla stampa. Ma eravamo una stamperia tra mille. Decidemmo di aprirci alla cartotecnica, acquisendo un’azienda del settore e una di confezionamento».

Andò benissimo?

«Malissimo. Continuavamo a investire in attesa di risultati che non arrivavano. Eravamo allo stremo quando, nel 2007, arrivò la crisi globale».

E fu così che, da una somma di condizioni negative...

«Assumemmo un manager del settore cartotecnico, e le cose iniziarono a ingranare. C’è da dire, in più, che le banche si fidarono di noi».

Strano, per il periodo.

«Vede, la crisi colpì molto in fretta il settore della carta. Ma noi, un attimo prima della bufera, avevamo investito pesantemente sulla cartotecnica, a forte valore aggiunto».

La differenza, per i non addetti ai lavori?

«Oggi l’80% del nostro fatturato deriva dalla progettazione e produzione di astucci e packaging per svariati prodotti: dalla cosmetica alla farmaceutica, passando per entertainment, prodotti per la casa, giocattoli, espositori, cataloghi e dépliant raffinati. Tutti oggetti dal grosso valore aggiunto, realizzati con tecniche di stampa pregiate e con un’attenzione costante alle nuove tecniche e tecnologie, come dimostra l’ultimo gioiellino: una macchina a lampade Uv Led unica al mondo».

Torniamo al 2007.

«Ci trovavamo insperatamente in vantaggio, e capimmo che era il caso di accelerare. Da allora la crescita è stata una costante. Siamo passati dai 5 milioni di fatturato del 2007 ai 15 milioni del 2017, e da 20 a 75 dipendenti».

Il trucco?

«Creatività e affidabilità. I clienti vengono da noi con un’idea, noi cerchiamo di realizzarla, di risolvere i problemi che ci pongono e di stupirli, consapevoli che la sua confezione oggi è il prodotto stesso, è il vestito che lo rende appetibile sugli scaffali».

Resta da capire come siete usciti dalla crisi.

«Strutturando la bottega in modo più industriale possibile, attraverso la standardizzazione delle procedure, presupposto di qualità ed efficienza produttiva. Oggi lavoriamo su tre turni, puntiamo sul team building e grazie a un investimento costante sulle macchine e sulle strutture, come questa nuova sede, completamente ristrutturata lo scorso anno per contenere al nostra crescita. Continuiamo a spingere sul miglioramento della gestione, sulla risoluzione dei problemi e sulla tracciabilità del percorso produttivo che ti consente di circoscrivere, riconoscere e risolvere le inefficienze. In questo modo siamo riusciti a fidelizzare i clienti più importanti e a guadagnare la loro fiducia. Molti hanno puntato su di noi: per alcuni prodotti di cosmetica producevamo 500 astucci, oggi ne facciamo 6 milioni...».