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Marchi Impianti, "Specialisti nel futuro" / VIDEO

Premio Mascagni, Marchi Impianti dal '67 porta l'innovazione negli edifici

di SIMONE ARMINIO
Ultimo aggiornamento il 3 aprile 2018 alle 08:50

QUANDO Bruno Pasquini entrò per la prima volta nella sede della Marchi Impianti aveva solo 14 anni e il diploma di terza media in tasca. L’azienda era formata da due persone, Mauro Marchi e Giuseppe Ballandi. «Io venivo in treno da Rioveggio – ricorda Pasquini, che della Marchi oggi è titolare –. Avevo tanta voglia di imparare e fui accolto come un figlio: se si faceva troppo tardi, Ballandi mi teneva a dormire a casa sua».

Pasquini, poi com’è che poi è diventato titolare?

«Una domenica tornai a casa e mio padre mi disse: ‘Ha chiamato Marchi, e per cercarti di domenica avrai di sicuro combinato un gran casino...’».

Qual era il danno?

«Nessuno. Il giorno dopo mi presentai a lavoro e Marchi mi disse solo ‘vieni, andiamo dal notaio, diventi socio’. Io avevo 21 anni, non sapevo neanche cosa volesse dire, ma mi fidai».

Andò bene.

«Quando qualche anno dopo Ballandi lasciò l’azienda, Marchi mi propose di aggiungere il mio nome alla ragione sociale. Non volli: ‘Sono cresciuto qui – dissi –, per tutti i clienti sono già parte di quest’azienda’. È ancora così».

Nel frattempo crescevate?

«A ritmo di 2-3 dipendenti all’anno. Io avevo smesso di lavorare nei cantieri. Rimanevo negli uffici a coordinare, andavo in giro a trattare con i clienti, mi occupavo della gestione. Lavoravamo 24 ore al giorno, ma furono anni bellissimi. Premiati, a fine anni ’80, dall’arrivo del primo lavoro speciale: realizzare gli impianti della grande sede Ibm a Bologna. Un lavoro pazzesco per noi, per dimensioni e difficoltà».

Andò bene ancora una volta.

«Sì, e dal giorno dopo prendemmo il volo. Ci chiamarono a realizzare grandi impianti anche a Firenze. Se serviva qualcosa di complicato e all’avanguardia c’era sempre qualcuno che faceva il nostro nome. Così arrivarono i due palazzetti di Casalecchio e piazza Azzarita, i lavori alla Ferrari, a Maranello, grandi centri direzionali bancari a Bologna, Firenze e Milano, gli impianti per le olimpiadi di Torino...».

Complicato lavorare su grandi dimensioni?

«Complicato è trovare i collaboratori giusti, perché è chiaro che in un lavoro molto impegnativo le sole forze dell’azienda non bastano. Ma tutti coloro che andranno sul cantiere ci andranno col tuo nome...».

E oggi che difficoltà ci sono?

«Il mercato, intanto, è cambiato tantissimo. Oggi le manutenzioni e le rigenerazioni di palazzi esistenti sono molto più numerose della costruzione del nuovo. In più, e per fortuna, è cambiata la sensibilità. Quando in passato proponevamo di spendere per migliorare sui consumi energetici facevamo fatica a convincere i committenti e i progettisti. Oggi questa sensibilità è diffusa. E noi, che continuiamo a crederci più di allora, abbiamo molte più soddisfazioni di un tempo».

La soddisfazione migliore?

«La volta in cui abbiamo proposto delle modifiche, e il committente – non convinto –, ha chiesto un parere all’Università. Che ci ha dato ragione».

Come fate?

«Non abbiamo mai smesso di aggiornarci e di studiare. Lo facciamo continuamente. E ci scelgono per questo».

Il futuro di Marchi Impianti?

«È dei giovani. Ne abbiamo molti in azienda, e negli uffici. E ci parliamo spesso. Il miracolo è che noi non abbiamo paura di chiedere il loro parere, e loro non hanno paura di dirci cosa secondo andrebbe cambiato. È questa la benzina che dopo tutti questi anni ci permette di andare ancora così veloci». 

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