INVERNO lungo, neve ai bordi, ghiaccio sulla strada: il panorama che si ammira dallo stabilimento della Metalcastello, azienda di ingranaggi di Castel di Casio, fa bene agli occhi ma non certo al business. Se ne lamenta spesso l’ad Stefano Scutigliani. Poi, però, se gli si chiede perché non trasferire tutto, risponde con un sorriso: ‘Metalcastello non può esistere che qui’.

Scutigliani, questione di affetti?

«Le racconto una storia. Nel 2011, io ero qui da poco tempo, una multinazionale lancia una gara per la realizzazione di un pezzo. Vince chi fai il prezzo più basso. Ma è un pezzo complicato, con tanti denti e molte saldature, perciò iniziamo a lavorarci in dieci in tutto il mondo, e arriviamo in fondo solo in sei. Iniziano i test, e vediamo i concorrenti cadere uno a uno: in fondo arriviamo solo noi. Che, badi bene, non eravamo i più convenienti».

Ma cosa c’entra la montagna?

«C’entrano i montanari, nostri dipendenti. Il committente, infatti, dopo averci affidato la commessa venne qui determinato a capire come avessimo fatto. Gli presentammo un nostro tecnico, decenni di esperienza, che in fase di progettazione disse ‘tutte queste saldature non terranno mai, ci penso io’. La ricetta non esiste, è nelle sue mani. Come si delocalizza questo?»

Anche quel tecnico, però, sarà andato in pensione.

«Il segreto è turnover molto basso e graduale, che lasci il tempo alla conoscenza di essere trasmessa. Ma neanche questa ricetta funziona se non la si mescola con il territorio. Abbiamo persone che vivono qui, che conoscono le persone con cui lavorano, che amano ciò che fanno, ci mettono passione, con un attaccamento alla maglia che gli fa rifiutare altre offerte».

Non le sembra di esagerare?

«Conosce Giovanni Zaccanti? Ha fondato e dirige Caffitaly. Un giorno gli chiesero che formazione avesse avuto, e lui rispose ‘Ho frequentato la Metalcastello University’. Quella frase ci è piaciuta così tanto che è diventata il titolo del libro celebrativo per i 65 anni dell’azienda».

Gli spagnoli di Cie arrivarono in un momento di grossa crisi della Metalcastello. Come ne siete usciti?

«Abbiamo dovuto fare sacrifici, ricorrere alla mobilità volontaria. Poi ci siamo concentrati su ciò che sappiamo fare meglio: ingranaggi dentati, l’anima di ogni motore, quelle più complicate e performanti. Pezzi per i quali non c’è robot che tenga, serve l’uomo».

Come è andata?

«Bene, per fortuna. Viviamo una crescita costante, il numero di dipendenti è tornato a salire e molto presto supereremo i numeri dell’era pre-crisi».

Ora però toccherà investire.

«Ecco il secondo trucco: abbiamo continuato a investire su tecnologia e impianti nonostante la crisi nera. Questo oggi ci consente oggi di avere uno stabilimento all’avanguardia e qualche anno di vantaggio sui concorrenti».

Nel futuro cosa c’è?

«I nostri ingranaggi vanno su ogni tipo di motore, dal movimento terra ai trattori, i macchinari e in piccola parte l’automotive, che invece rappresenta il core business del nostro gruppo. Ma non le nego perciò che in progetto c’è di investire molto di più in questo ultimo settore. E per farlo c’è bisogno di un impegno importante. Se tutto andrà come deve realizzeremo presto uno stabilimento ex-novo, dedicato alla componentistica per l’automotive. D’altronde il primissimo prodotto che uscì da questa fabbrica era una moto: si chiamava Siluro...».

Il nuovo stabilimento non sarà il caso di costruirlo a valle?

«Scherza? Metalcastello non si muove da qui».