Brillano, quando parla del suo lavoro, e sembrano ancora più azzurri di quanto già non siano. Sono gli occhi di Salvatore Minelli, fondatore e titolare dal 1987, nonostante la pensione già maturata, della Minelli Utensili di Casalecchio di Reno.

Dopo quasi 30 anni da dipendente, come nacque l’idea di fondare un’azienda?

«A fine anni ‘70 seguivo le linee di produzione dell’utensileria nell’allora Magneti Marelli, poi mi sono spostato in un altro opificio che, dopo 9 anni, ho finito per rilevare, coinvolgendo mia moglie e mio figlio, che allora si stava diplomando».

Fu un’opportunità da cogliere al volo, ma anche uno di quei rischi che non tutti avrebbero coraggio di affrontare.

«Fu un treno sul quale salire in fretta, di quelli che passano una volta nella vita, e io mi feci trovare pronto. Ricordo, però, accanto alle molte soddisfazioni venute col tempo, anche la paura dei primi mesi, quando ogni commessa era una boccata di ossigeno e il capitale della ditta era un ventesimo dell’ammontare del mio debito con le banche».

Per sopravvivere, allora, è servito rimboccarsi le maniche, facendo però un mestiere che lei ha sempre amato.

«La passione per ciò che si fa era e resta la chiave di tutto, sia quando avevamo quattro clienti sia ora che ne abbiamo più di 80, e io ho sempre e solo fatto il mio lavoro, da contoterzista e a beneficio dei player della grande produzione».

E qual è questo mestiere?

«Progettare e realizzare strumentazioni di precisione su misura per ogni tipo di clientela, dai colossi del Packaging e dell’Automotive a quelli del Biomedicale e dell’Oleodinamica, e dare modo a chi si rivolge a noi di utilizzare prodotti all’avanguardia, con la garanzia di un’assistenza efficace e costante».

Una posizione, nell’indotto dei grandi marchi, che richiede capacità ed espone pure a qualche rischio.

«Stare dove stiamo, negli anni in cui c’è stato da soffrire, ci ha messo davanti al lato più duro della crisi, ma ci sprona anche, vista la nostra natura di progettisti, a costanti investimenti su ricerca e sviluppo, anche sul fronte di una digitalizzazione sulla quale mio figlio sta dando un enorme contributo».

Lei, intanto, ogni mattina continua ad alzare la serranda.

«Nel mio piccolo continuo a dare il mio contributo, e a coordinare il lavoro di giovani apprendisti, che vanno formati, e di un lato ingegneristico di livello molto elevato. Lo faccio con amore e con la forza dell’esperienza, maturata anche, a suo tempo, nella realizzazione di uno stabilimento per la produzione della mitica Trabant nell’allora Ddr, che ricordo con particolare soddisfazione».