Bologna, 27 febbraio 2018 - «Perché non trasformiamo i rifiuti in bellezza?». Racconta di averlo pensato Maria Silvia Pazzi nel 2008, in visita a Napoli in un giorno di festa, nel bel mezzo dell’emergenza rifiuti. Non molti avranno pensato che facesse sul serio. «Ma quel giorno – spiega lei – ho capito che, dopo anni al servizio delle imprese come consulente e degli studenti, come docente di economia, era arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica». Fu un colpo di testa e, «d’altronde – ci scherza lei – il mio cognome mi giustifica».

Pazzi, cosa producete?

«Oggetti di design, accessori di moda e oggetti da ufficio, che vendiamo sul nostro sito, negli e-commerce del lusso, negli shop dei principali musei d’Europa. E in alcuni nostri temporary store. In più molto importanti sono le cose che realizziamo in co-marketing con alcuni marchi noti».

Qualche esempio?

«Con Dainese abbiamo un accordo: ci forniscono le tute usate dei piloti dalla MotoGp in giù, e noi ne realizziamo una pelle da usare poi per borsellini, porta iPhone e altri accessori. Da Lamborghini prendiamo gli scarti della produzione dei sedili e i pezzi di carbonio rimasti dal ritaglio delle scocche: diventano portacenere».

Si chiama economia circolare.

«Facile dirlo oggi: nel 2008, quando spiegavamo di voler realizzare oggetti di design a partire da materiale di ricico, la gente ci guardava male. E soprattutto la differenziazione dei rifiuti, nei fatti, non esisteva: le nostre materie prime le compravamo all’estero».

Il tempo vi ha dato ragione.

«Trasformare i rifiuti in bellezza, oggi si può. È un valore, anzi. Che si può esprimere raccontando la storia del materiale usato, come il caso degli esempi che le ho fatto, oppure no: in alcuni casi non è la vita precedente a contare, ma ciò che con un materiale di riciclo riusciamo a realizzare».

Non avete stabilimenti produttivi.

«L’idea, nel 2008, fu quella di mettere in piedi un’organizzazione a rete. A noi, nelle sedi di Ravenna e Bologna, tocca progettare un prodotto o farci sedurre da uno dei tanti designer anche molto gettonati che collaborano con noi, quindi trovare chi può produrlo».

Perché non produrre da soli?

«Perché non si può essere bravi a maneggiare materie tra loro così diverse. Molto meglio puntare su una filiera corta e consolidata negli anni. Questa è la nostra idea di azienda a rete. Che coinvolge oggi un totale di 100 realtà, tra aziende e professionisti».

Da cosa si parte?

«A volte dal progetto di un designer, a cui segue il reperimento del materiale di riuso più adatto. Altre volte, come nel caso di Dainese e altri, da un accordo di co-marketing per l’utilizzo alcuni specifici scarti di produzione».

Nel vostro futuro cosa c’è?

«Un socio forte che ci permetta il grande salto. E una nostra catena di negozi monomarca nelle strade del lusso, perché ormai Regenesi ha la solidità e la qualità per puntare sul suo nome».