CHI HA detto che la globalizzazione e l’industria 4.0 debbano passare necessariamente per le megacittà o per i celebrati distretti industriali? Anche a casa nostra – se volete in periferia – fa tappa, infatti, il futuro migliore, quello che inventa, produce, è innovativo, dà lavoro, e crea – alla fine – socialità. Il gruppo Della Rovere rappresenta tutto questo ed è un nodo, importante, di quella trama fitta, colorata e calda che significa progresso autentico. Già, un «nodo»: e di nodi questa «maglieria» di altissimo livello (oggi si «deve» chiamare knitwear) ne sta facendo a milioni, anzi a miliardi per confezionare prodotti top, unici, che invadono, seducenti, gli scaffali dei migliori negozi (ah, gli store) del mondo: da Longastrino a New York o Shanghai passando per Parigi e Mosca, tanto per citare. Il principale artefice di questa meraviglia nostrana è un ingegnere elettronico di 54 anni, Gian Luigi Zàina, l’amministratore delegato: una grande competenza, vedute aperte (di più, apertissime), una filosofia professionale e di vita che spiegano senza troppe difficoltà il successo dell’azienda e il perché tutti quanti lo seguano senza battere ciglio. Le azioni della società, nove milioni di fatturato (metà export), sono suddivise fra la famiglia Piovaccari e lo stesso Zaina.

Ingegner Zaina, qual è la mission del gruppo?

«Proporre prodotti di lusso in piccole serie, su misura, per vestire la classe dirigente internazionale. Per questo uniamo la grande tradizione artigianale alla migliore innovazione e la portiamo nel mondo».

La qualità è il filo conduttore dell’azienda.

«Sì, sia dal punto di vista del processo che del prodotto. Ogni componente, ogni momento, della produzione è controllato elettronicamente. Le nostre macchine, tedesche, sono le più innovative in assoluto, suddivise fra la sede (60 addetti) e i dieci laboratori esterni (200 addetti), in gran parte ubicati in questa zona. Quanto al prodotto, scegliamo semplicemente i migliori filati del mondo: la seta giapponese, il cotone egiziano e indiano, il cashmere cinese trattato in Scozia o nel miglior stabilimento d’Italia (è nelle Marche ndr). Il nostro è il caso tipico dell’artigianato industriale: la qualità, l’attenzione e la meticolosità dell’uno unite all’efficienza dell’altro».

Da cui nascono maglie assolutamente speciali dal costo conseguente. Come le commercializzate?

«I canali sono due. Uno deriva dal nostro impegno nella filiera internazionale: lavoriamo in trust, infatti, con marchi europei di assoluto livello, grandi firme di cui siamo un service produttivo. Quando visitano l’azienda, i loro advisor le fanno i raggi x verificando ogni particolare. È giusto così. Il secondo canale è invece diretto. Proponiamo maglieria con il marchio Cains Moore che può essere acquistata nel nostro Store di Longastrino o negli outlet-negozi (che aggiungono abiti, giacche, camice e altro ancora) di Cervia e di Bologna. Inoltre abbiamo 40 corner presso il gruppo Coin».

Il vostro legame col territorio è stretto.

«È vero. Un’impresa non è fatta solo di muri ma naturalmente di persone e di relazioni che coinvolgono fornitori, clienti, collaboratori, comunità. Quanto al personale, molte sono le assunzioni che ho fatto pescando all’Ipsia di Argenta: i migliori studenti, certo, e fra questi quelli che, in più, fanno lavoretti (anche trasporto pizza a domicilio), operano nel volontariato, sono insomma responsabili».

Il mondo vuol parlare italiano.

«C’è fame di made in Italy».