DATEMI un attacco a tre punti e vi aggancerò il mondo. Omero Cornia nel 1967, in una Modena che oltre alle auto di lusso fabbricava ‘gioielli’ della meccanizzazione agricola (dalla Fiat, oggi Cnh, alla Lamborghini, Goldoni, Valpadana), ebbe l’intuizione di produrre componenti per il collegamento dei trattori alle attrezzature agricole. Fondò assieme alla moglie Paola Bergamini la CBM (acronimo di Cornia-Bergamini-Modena) che oggi presiede.

A guidare il gruppo sono i figli Enrico, managing director, e Monica Cornia, responsabile del personale di Modena.

Enrico Cornia, da dove nacque l’idea di suo padre?

«Mia madre Paola era figlia di un imprenditore (Ageo Bergamini) che produceva trattori per aeroporti. Mio padre Omero, guardando il lavoro di suo suocero, ebbe l’intuizione di realizzare componenti per trattori agricoli con l’attacco a tre punti».

Era una soluzione innovativa in quel periodo?

«Il valore aggiunto è stato l’aggancio rapido che rende l’operazione molto semplice, ed evita le impennate e gli sbandamenti laterali del trattore: non occorre che la persona scenda dal trattore, può agganciarlo benissimo dal sedile o dalla cabina».

Una volta trovata l’idea è bastato dunque realizzare il prodotto su larga scala.

«No, in realtà è una delle componenti meno standardizzate che ci siano perché l’attacco varia a seconda delle tipologie di terreno: un conto per esempio è quando si lavora a ‘pieno campo’ su grandi terreni coltivati a mais, frumento, un altro è quando ci si trova di fronte a vigneti. Un altro ancora è quando si ha a che fare con fondi collinari dove occorrono trattori cingolati».

Negli anni ‘90 siete riusciti a diventare tra i leader nei mercati europei, come avete fatto?

«Attraverso acquisizioni di aziende specializzate per esempio nei sollevatori idraulici (Mita Oleodinamica di Tregnago-VR), CBM group è stata in grado di fornire non solo l’attacco, ma l’intera parte posteriore del trattore: l’attacco a tre punti, il sollevatore idraulico, il gruppo traino-rimorchi e il pick-up hitch scandinavo. Oggi CBM ha uno stabilimento in Polonia dove produce non solo componenti, ma anche piccoli trattori».

Avete puntato altri bacini sul piano internazionale?

«Nel 2000 CBM Group si è spinta sul mercato indiano (fondando la Mita India vicino a Delhi), parliamo di qualcosa come un miliardo di persone. E’ come l’Italia del Dopoguerra: tantissimi contadini che coltivano terreni anche molto piccoli. In aprile 2018 inauguriamo un secondo stabilimento produttivo nello stato del Madhya Pradesh».

Per il futuro quali mercati state sondando?

«Stiamo valutando una presenza in Cina, dove intendiamo creare uno stabilimento produttivo. Altro Paese interessante è la Turchia: ha un fabbisogno di 80mila trattori l’anno. L’Italia, per fare un confronto, ha chiuso l’anno scorso con 20mila unità».