COME lavorare con l’orologio spostato in avanti di alcuni anni, per giocare d’anticipo persino sui desideri dei propri clienti. È questa la speciale normalità della Cpc, azienda che nel settore dell’automotive continua a bruciare le tappe: i lavori di ampliamento allo stabilimento di via del Tirassegno sono partiti e il fatturato cresce a ritmi vertiginosi. Franco Iorio, attuale presidente dell’azienda, fece la sua scommessa quasi trent’anni fa.

Scommessa vinta. Ma com’è nata l’idea?

«Assieme ad altri due soci abbiamo intravisto un grande potenziale in questa piccola società nata nel 1959 per mano di chi le ha dato il nome: Catti, Papi e Casanova. ‘Cpc’, appunto. Faceva modelli per fonderia, tutto materiale in ghisa. Nel 1990 abbiamo deciso di acquisirla per poi puntare sulle nuove tecnologie. I computer permettevano nuove modalità di progettazione e abbiamo intuito, forse per primi, che investire su quella strada poteva essere una svolta. Da lì siamo passati ad applicare queste tecnologie ai materiali in fibra di carbonio per le auto sportive: prima si lavorava sulla ghisa per trattori e camion. Saper maneggiare certi sistemi all’avanguardia ci ha poi portato fino alla Formula Uno».

C’è stata una tappa ‘tecnica’ decisiva nel vostro percorso?

«Nel 1995 abbiamo acquistato la prima macchina a cinque assi: una rivoluzione. Ai tre assi solitamente utilizzati se ne aggiungevano due che permettevano la lavorazione di nuovi materiali, consentendo la foratura del prodotto da ogni angolazione. Così abbiamo l’attenzione di clienti di altissimo livello del settore motoristico, che hanno cominciato a commissionarci lavorazioni su fibra di carbonio. Un materiale che ci consente di creare modelli e stampi, di progettare prototipi e di svilppare un prodotto finito aderente ad ogni richiesta. Siamo l’unica azienda al mondo in grado di produrre tutte le parti meccaniche di un’auto, dal motore al telaio. E i nostri committenti si chiamano Lamborghini, Ferrari, Citroen, Maserati, Tesla, Google, Bmw Ducati, McLaren, Porsche».

Marchi difficili da ‘accontentare’...

«Ci riusciamo perché con la nostra ricerca anticipiamo le loro stesse richieste. Lavoriamo proiettati in avanti di 3-4 anni, è questa la nostra forza. Quando il cliente si rivolge a noi con un desiderio, noi abbiamo già studiato e sviluppato la soluzione al problema che ci viene posto. Spesso siamo noi a suggerire quel che serve, prima ancora che ci venga richiesto. Tutto questo è possibile grazie alla creatività, alle qualità e al lavoro di squadra dei nostri dipendenti, il cui obiettivo è sempre fare meglio del giorno prima. Non è un caso se dal 2015 al 2016 il fatturato è cresciuto del 50% e se per i prossimi 4 anni le previsioni parlano di un +25% all’anno».

Il vostro stabilimento ora è in fase di ampliamento: cosa significa in termini di posti di lavoro?

«Con le ultime 80 assunzioni abbiamo appena superato i 250 dipendenti, ma nei prossimi mesi prenderemo altre 80 persone e grazie agli investimenti in corso nel 2020 saremo oltre 600. Ma di questa possibilità devo ringraziare il sindaco Muzzarelli, di certo non lo Stato centrale. Alcuni anni fa proposi al Ministero il nostro progetto di sviluppo e la risposta fu incredibile: mi suggerirono di delocalizzare a Termini Imerese. Invece Muzzarelli, che ha capito l’importanza del nostro progetto per il territorio, attraverso lo ‘Sblocca Modena’ si è adoperato per snellire l’iter burocratico e le cose, tutte a nostre spese, sono andate avanti. Ma l’atteggiamento dello Stato sta facendo perdere competitività alle aziende italiane, già vessate da una tassazione davvero assurda».