«TRA due o tre anni vorremmo diventare un punto di riferimento in Italia nel data management. Si può fare». Una massa di capelli ricci, tanto entusiasmo e, come spiega lui stesso, un forte «intuito matematico» che l’ha spinto a imbarcarsi in questa avventura. Stiamo parlando di Fabio Ferrari, Ceo di Energy Way, una delle imprese più innovative nate sotto la Ghirlandina.

Ferrari, come inizia questa storia?

«Quattro anni fa ho lasciato il posto da ricercatore che avevo all’Università. Questa, però, è una correlazione forte e, come facciamo nel nostro lavoro, io preferisco concentrarmi sulle correlazioni deboli».

Cioè?

«Quelle che di solito sfuggono alla mente, che non consideriamo. Nel mio caso penso che, per arrivare a Energy Way, siano stati determinanti, piuttosto che il mio percorso di studi e professionale, la musica, la passione per la matematica e la curiosità».

Cosa fa Energy Way?

«L’idea è quella di aiutare le aziende a ottimizzare i propri processi senza sostituire elementi. Il nostro è un approccio anni ’50 – ci ispiriamo all’Olivetti –: se c’è qualcosa che non va, invece che sostituire una tecnologia vecchia, studiamo i modi per ottimizzare ciò che già esiste. Lo facciamo fotografando il processo attraverso i numeri: raccogliamo i dati dell’azienda, li organizziamo, li modellizziamo ed estraiamo delle correlazioni. Così chi governa il processo vede le correlazioni che gli sfuggono, le già citate correlazioni deboli».

Un esempio?

«Abbiamo fatto un lavoro molto importante con Hera. L’amministratore delegato Stefano Venier per noi è più di un mentore. Li abbiamo aiutati a ottimizzare il processo di termovalorizzazione».

Avete brevettato una mappa che ricorda i quadri di Mondrian: di che si tratta?

«E’ il modo in cui rendiamo visibili le correlazioni forti e quelle deboli. Dopo aver raccolto ed elaborato i dati, mettiamo questa mappa sul tavolo di chi governa un determinato processo. Tutte le correlazioni deboli, che normalmente sfuggono alla mente umana, sono perfettibili».

Quindi correlazione debole uguale possibile risultato.

«Esatto. Potrebbe essere un risparmio energetico, di materia o un modo per capire come mai un cliente abbandoni una banca. Siamo partiti dal settore ‘energy’, ma oggi lavoriamo con la finanza, con la grande distribuzione organizzata, col marketing. La cosa più importante è che la persona che ci coinvolge venga ‘ingaggiata’: perché noi non diciamo ‘cambia questo o quello’, ma forniamo una mappa».

Avete fatto importanti progetti con le scuole sul risparmio energetico.

«Tramite strumenti open hardware insegniamo ai ragazzi a fare raccolta ed elaborazione di dati. Gli studenti vedono, con i loro smartphone, in che modo determinate buone pratiche incidono sul risparmio energetico. A Reggio Emilia sono riusciti a risparmiare il 30%».

Il futuro?

«Ci piace moltissimo il nostro modello di lavoro, orientato sulle persone. In tanti ci dicono che dovremmo essere scalabili, ma per noi è più importante costruire competenze. Siamo estremamente curiosi e ci piace così, preferiamo spaziare da un settore all’altro. L’obiettivo, ora, è aprirsi ancora di più all’estero, stiamo già lavorando molto con Parigi. E poi puntiamo a trovare un partner che ci aiuti a fare i prossimi passi, a lavorare su piani di crescita e di sviluppo».