Carpi (Modena), 20 febbraio 2018 - Vengono prodotti a Carpi gli unici macchinari esistenti al mondo per trattamenti oncologici sull’uomo attraverso l’elettroporazione.

L’innovazione è targata Igea, azienda nata negli anni Ottanta come spin-off universitario e oggi famosa a livello internazionale soprattutto in ambito oncologico grazie alla creazione della tecnologia Cliniporator.

Un’azienda eccellente su cui negli anni hanno messo gli occhi diversi acquirenti esteri ma Ruggero Cadossi presidente e fondatore di Igea assieme alla moglie Donata Marazzi amministratrice delegata, non ha dubbi: «Preferiamo crescere più lentamente ma tenere le radici salde nel nostro Paese».

Com’è nata Cliniporator?

«Nel 2000 abbiamo partecipato assieme a sei università europee al progetto di ricerca Cliniporator finanziato dalla Comunità europea. Eravamo l’unico partner industriale e l’unico partner italiano nel progetto da cui è stata sviluppata la macchina Clinoporator, la tecnologia che si basa su un sistema di elettroporazione. La Comunità europea ha poi finanziato le procedure operative che indicano come utilizzare la macchina nel trattamento dei tumori potenziando l’effetto della terapia. Attualmente le procedure, pubblicate nel 2006, vengono utilizzate in 150 centri oncologici europei e anche in altri Paesi: in qualunque parte del mondo chi fa un trattamento di noduli tumorali con elettroporazione utilizza macchine prodotte da Igea».

Come si è sviluppata la tecnologia?

«Grazie a finanziamenti del Ministero dello sviluppo economico abbiamo sviluppato una macchina molto più potente, ‘Cliniporator vite’ - sviluppata nel 2008-2009 insieme all’Istituto Rizzoli di Bologna, all’Università di Padova e all’Università di Lubiana - utilizzata per trattare i tumori localizzati in profondità nei tessuti, ad esempio il tumore del fegato. Attualmente è la tecnologia più avanzata che esista al mondo».

Diversi acquirenti esteri si sono fatti avanti: resterete in Italia?

«Sì, in questo territorio c’è l’eccellenza produttiva e la conoscenza, abbiamo collaborazioni con il distretto biomedicale del Modenese e con le università e in centri di ricerca italiani. Fino a due anni fa avevamo all’interno fondi di investimento che ci hanno aiutato nell’internazionalizzazione: quando sono usciti avrebbero voluto vendere l’azienda ma se ne sono andati. Preferiamo crescere più lentamente ma tenere le radici salde in Italia».

Quindi siete un’azienda internazionale ma ancorata alla famiglia?

«Sì, l’azienda è ancora totalmente in mano alla nostra famiglia e stiamo organizzando il passaggio generazionale ai nostri figli, un passaggio che ci permette di fare scelte di lungo respiro».