Stefano Nanni, ad dell'azienda

NELLO stabilimento della ‘Sitma Machinery’ di Spilamberto campeggiano due colori: il grigio e il rosso. Il primo rappresenta la materia grigia intesa come fucina di idee, il secondo la passione. Il loro intreccio spiega già da solo come l’azienda abbia potuto reggere l’urto della crisi. Che nel suo settore più strategico, quello del packaging per l’editoria, ha davvero picchiato duro. Ad entrare nei dettagli è l’attuale ad Stefano Nanni.

Come è nata questa impresa?

«Tre soci decisero di investire nel packaging legato alla frutta vista la zona. Iniziarono a produrre macchinari per confezionarla anche con l’uso di film. Ma la vera svolta arrivò nel 1970 da un’intuizione: c’era l’esigenza di ricoprire con un film scuro le riviste pronografiche da esporre nelle edicole perché non si vedesse la copertina. Fu il primo passo verso il packaging grafico-editoriale, che portò presto la Sitma tra i leader mondiali del settore con clienti come ‘Time’, ‘National Geographic’, ‘Il Sole 24 Ore’ e il Qn».

La vostra produzione, però, nel tempo si è diversificata e ampliata?

«Certo. Ci siamo poi specializzati anche in funzioni di preparazione alla spedizione, di ritiro dei resi dalle edicole, di distribuzione. Poco prima del 2000 siamo entrati in modo massiccio nel settore dell’imbustamento, soprattuto per banche e poste. Nel 2008 avevamo un fatturato di 70 milioni e 270 dipendenti...».

E lì è arrivata la crisi globale...

«Sì, il periodo più nero. L’editoria è crollata e in un anno il nostro fatturato si è dimezzato, continuando a scendere fino ai 22 milioni del 2014. Nel frattempo è anche scomparso uno dei due soci storici rimasti: il figlio prese il suo posto, ma nacquero degli attriti sulla gestone societaria e lui stesso nel 2013 uscì dall’azienda. A quel punto l’unico socio rimasto decide di tener duro e per restare a galla senza licenziare mise nell’azienda tutta la liquidità accantonata in 40 anni di lavoro. Io sono arrivato qui proprio nel 2015».

Come avete fatto a risorgere?

«Siamo ripartiti da un concrodato in continuità, iter che in quel periodo molto raramente andava a buon fine. Ci siamo riorganizzati, cercando nuove nicchie di mercato, ed abbiamo cambiato l’approccio, ora più manageriale. Ci sono stati molti avvicendamenti tra i nostri dipendenti, ora 170, perché servivano competenze diverse per ciò che avevamo in mente. Però abbiamo anche mantenuto quel clima di ‘famiglia allargata’ che ha sempre caratterizzato l’azienda, dove non a caso tante persone hanno passato tutta la loro carriera lavorativa».

In quali nicchie vi siete rilanciati e cosa avete in mente per il futuro?

«L’imbustamente ‘classico’ è in calo, ma non il packaging dei flyer pubblicitari e dei cataloghi, sul quale abbiamo portato nuove idee. Lavoriamo molto anche sui pacchi legati al boom dell’e-commerce e sui film per avvolgere surgelati. Per il futuro, invece, stiamo sviluppando intere linee per organizzazione le distribuzioni, andando oltre il singolo macchinario, e sulla produzione di software da applicare a moduli produttivi. Ma una delle sfide più interessanti riguarda ancora l’e-commerce, in particolare i pacchi medio-piccoli, che in gergo sono note come ‘cineserie’. Molte di queste spedizioni arrivane dalla Cina, con etichette in cinese da tradurre e un packaging con strane forme in busta o cartone. L’idea è di creare pacchi con forme più adatte alla spedizione, utilizzando nuovi materiali flessibili e allo stesso protettivi, eliminando quindi i difetti di buste e cartoni. Infine, andiamo fieri anche del nostro programma ecosostenible: puntiamo dritti a materiali biocompatibili, con un piano che arriverà ad eliminare del tutto le emissioni di CO2».