Patti Smith
Patti Smith

Ravenna, 3 dicembre 2019 - La ragazza ribelle ha 73 anni, la magrezza di sempre e capelli d’argento eternamente spettinati. Ma quello di domani non sarà comunque un concerto per vecchi. Perché Patti Smith ha saputo attraversare il tempo come solo lei può fare, rimanendo la stessa visionaria della scena underground newyorchese di mezzo secolo fa, quando viveva di ideali e con cinque dollari al giorno. E questo anche i giovani lo hanno capito e ce ne saranno parecchi al teatro Alighieri di Ravenna per un concerto esaurito da settimane.

Ne è passato di tempo, anni in cui Patti Smith non ha visto cambiare il mondo come sperava mentre la sua vita perdeva pezzi fondamentali come l’amico (Robert Mapplethorpe, il grande fotografo) e il marito (nonché chitarrista, Fred ‘Sonics’ Smith ). E anche se i dischi degli ultimi vent’anni non sono all’altezza del suo passato, in quel petto arde ancora la fiamma di sempre. La musica, il palco, la poesia, in una parola l’arte, non erano nulla per la ragazza di Chicago se non poteva trasformare tutto ciò in impegno sociale. Un messaggio che porta ancora in giro con forza e fierezza, ecco perché anche i giovani la amano e stasera abbandoneranno le poltrone vellutate dell’Alighieri per cantare le sue canzoni di sempre e soprattutto l’inno degli inni, ‘People have the power’, una canzone di 31 anni fa ma forte di un’attualità che la rende irresistibile, con quel colpo di rullante all’inizio che sembra un richiamo alla nostre coscienze.

È un’intramontabile icona quella che dominerà il teatro con un carisma che nulla ha potuto scalfire. Una donna dalle mille vite: ragazza madre, poetessa, pittrice, cantante, ribelle, scrittice, moglie. L’inquietudine l’accompagna da sempre, l’inquietudine di chi sa che trovare il modo di tirar fuori quello che sente dentro. È una ragazzina quando a metà degli anni sessanta lascia il New Jersey per New York, dove canta e danza nella metropolitana. Scrive poesie e le recita con pathos teatrale. Come tutti, ha una sua stella cometa: Arthur Rimbaud, decide di seguirla così tanto da arrivare a trasferirsi a Charleville, città natale del poeta francese.

Ma è New York il luogo dell’anima, lì torna, alloggiando al Chelsea Hotel reso immortale da una canzone di Leonard Cohen, e lì, fra le influenze di un gruppetto di artisti sempre un passo avanti rispetto ai tempi, prende corpo la sua leggenda, che racconta di una ragazza che spesso dorme dove capita e sbarca il lunario con mille lavoretti: commessa, critica musicale, drammaturga. Conosce chi conta: da Bob Dylan a Tom Verlaine, da Lou Reed a Sam Shepard: musica e letteratura, le sue grandi passioni. E così si comincia a parlare di una ragazza ossuta, sgraziata, che nelle cantine della Grande Mela canta in un gruppo rock come se fosse posseduta dal demonio, con la voce sguaiata, dolente e gli occhi spiritati. Canta come nessuno ha mai cantato: alterna ira a dolore e a volte la sua voce è un rantolo lancinante che ti scava in fondo al cuore prima di scatenarsi in un rock selvaggio e primitivo con cavalcate cadenzate dai riff chitarristici.

Siamo a metà degli anni Settanta: il suo primo 45 giri ‘Hey Joe e ‘Piss factory’ irrompe nella scena newyorchese, è l’iniziale squillo di tromba di una raffica di album memorabili, ‘Horses’, ‘Radio Ethiopia’ , ‘Easter’ e Wave’ (con all’interno della copertina una foto di Papa Luciani), e canzoni affresco come ‘Frederick’, ‘Dancing barefoot’, ‘Rock and roll nigger’, ‘Ask the angels’ e ‘Because the night’, regalatale da Bruce Springsteen e forse un po’ troppo commerciale per chi, come lei, nel dubbio ama sempre prendere le strade in salita.

Patti conquista locali simbolo di New York come l’epico Cbgb e lo fa col suo linguaggio crudo: un rock-punk a volte intervallato da un canto-parlato straziante e figlio delle visioni dei poeti prediletti. È così che nasce il mito de ‘La sacerdotessa del rock’, un soprannome destinato ad accompagnarla fino alla fine dei suoi giorni, anzi, anche oltre.  La vita di Patti corre così velocemente da rischiare di bruciarla, un ritmo insostenibile anche per chi interpreta la propria esistenza come una missione. E alla fine degli anni Settanta Patti Smith si scopre stanca, sente la pressione, tiene due storici e affollatissimi concerti a Bologna e Firenze, poi annuncia il ritiro dalle scene pubbliche.

Sposa il suo chitarrista, ‘Fred Sonics Smith, che gli darà due figli. Ma il ritiro non dura, la vita casalinga non fa per lei. Il richiamo della musica, della poesia, dell’arte e dell’impegno è troppo forte. Tornerà, con le sue giacche di una taglia più grande e le movenze da sciamano indiavolato, con altri dischi, spesso privi della rabbia degli inizi, a volte interessanti molte altre volte no, e farà dell’Italia la sua seconda casa arrivando anche a ricevere una laurea honoris causa, qualche giorno fa a Padova, dove ha invitato tutti ad alzare la voce per risolvere il problema dei cambiamenti climatici, «usando marce, voto e scioperi», riferendosi ovviamente anche a Donald Trump. Perché anche se non riesce più a scrivere canzoni-gioiello, Patti si sveglia ogni giorno con una battaglia da combattere. E in tanti mercoledì sera saranno lì per cantare con lei e Tony Shanahan alla chitarra ed al pianoforte quelle parole che le sopravviveranno: «Io credo che tutto quello che sogniamo può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione. Noi possiamo rivoltare il mondo noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra, noi abbiamo il potere. La gente ha il potere...».