La ragazza era alla ventiquattresima settimana
La ragazza era alla ventiquattresima settimana

Faenza (10 febbraio 2019) - Alla vita s’era affacciato solo per poche ore. Del resto la bilancia dell’ospedale di Faenza si era fermata su 480 grammi precisi: troppo pochi per lasciare al bimbo anche solo una chance di sopravvivenza. Quello che però su due piedi poteva sembrare l’aborto spontaneo di una ragazza giunta alla 24esima settimana di gestazione (uguale a 168 giorni, ovvero circa sei mesi), nelle carte della magistratura s’è trasformato in una precisa accusa sia per lei che per il suo medico di famiglia: la morte del bimbo come conseguenza di altro reato. E cioè la violazione della legge 194 del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza, norma che consente l’aborto in una struttura pubblica (ospedale o clinica convenzionata) entro i primi 90 giorni di gestazione o entro la 22esima settimana ma solo per motivi di natura terapeutica.

Nel nostro caso ci trovavamo, insomma, già oltre ogni scenario temporale previsto dalla legge. E, secondo quanto contestato nell’avviso di conclusione indagine a firma del pm Angela Scorza di recente notificato a entrambi gli indagati – una ragazza poco più che ventenne di origine straniera difesa dall’avvocato Giorgio Vantaggiato e un medico manfredo di ultra-decennale esperienza tutelato dall’avvocato Pier Paolo Tassani –, la giovane ha intenzionalmente abortito grazie a un farmaco prescritto dal suo dottore.

Si chiama Cytotec e contiene un principio attivo dal nome persino difficile da ripetere (misoprostolo). Il suo scopo è quello di proteggere la mucosa dello stomaco e dell’intestino da sostanze che possano provocare lesioni. Attenzione però perché nel foglietto illustrativo, alla voce ‘controindicazioni’, la casa produttrice è esplicita verso le donne in dolce attesa: "Può causare aborto, parto prematuro e gravi danni al suo bambino, compresa la morte del feto".

Eccoci arrivati al nucleo della vicenda. E per capire come mai i sospetti siano ricaduti proprio sul Cytotec, occorre tornare indietro al 5 di agosto 2018 quando la ragazza arriva in ospedale, partorisce quel bimbo irrimediabilmente prematuro che dunque morirà di lì a poco. Sembra una di quelle tragedie che talvolta la natura dissemina sul cammino delle persone.

Il ginecologo che si prende in carico il delicato caso, ravvisa però qualcosa di strano: ci sono quattro pillole inserite nell’apparato genitale della giovane: si tratta di Cytotec. Scatta la segnalazione, la questione arriva sui tavoli della procura, si muovono gli inquirenti. Viene fuori che quel bimbo era frutto di una relazione clandestina (un parente si assumerà poi la paternità) e che la madre, dopo una caduta dalle scale, credeva d’averlo perso. Poi però aveva realizzato che non era così: e allora un’amica le avrebbe consigliato il Cytotec. Come ottenerlo? Il primo di agosto, assieme a una familiare, la giovane era andata all’ambulatorio del suo medico con quella richiesta sulle labbra.

Siamo arrivati a un punto fondamentale della vicenda, almeno sotto il profilo giudiziario: perché le parole usate, potrebbero avere un peso decisivo per il resto del procedimento. Almeno per il medico il cui difensore ha affidato la richiesta di archiviazione per il proprio assistito a una memoria scritta. In buona sostanza, vi si sostiene che la ragazza – come lei avrebbe peraltro ammesso a verbale – aveva chiesto il farmaco in questione per un mal di stomaco: una richiesta formulata forte del fatto che il cibo etnico consumato nella sua famiglia, fosse particolarmente speziato.

Nel caso, non è chiaro se la richiesta potesse essere stata fatta per lei direttamente o per un nonno né quale potesse essere stata la mediazione di una infermiera presente nello studio. In ogni modo, il medico ha ribadito che ignorava lo stato di gravidanza della giovane. E che se lo avesse saputo, non le avrebbe mai prescritto nulla per abortire.