Annegato dopo tuffo dalla barca Il Pm: "I noleggiatori vanno assolti"

A settembre la decisione del giudice sul procedimento per omicidio colposo relativo all’incidente di Milano Marittima in cui nell’agosto 2020 morì il 46enne cesenate Davide Pastorelli.

Annegato dopo tuffo dalla barca  Il Pm: "I noleggiatori vanno assolti"

Annegato dopo tuffo dalla barca Il Pm: "I noleggiatori vanno assolti"

Potrebbe finire con un nulla di fatto il procedimento per omicidio colposo relativo all’incidente nel quale perse la vita il 46enne cesenate Davide Pastorelli. Ieri il Pm Angela Scorza ha chiesto l’assoluzione per Enea Puntiroli e Mattia Puntiroli, titolari del centro velico ’Al Canalino’ da cui la vittima e gli amici avevano noleggiato un catamarano per un’escursione in mare. Quella gita a Milano Marittima, il 27 agosto 2020, finì in tragedia allorché il 46enne, dopo essersi tuffato in acqua in un mare agitato, annegò davanti agli occhi degli amici, che non riuscirono a soccorrerlo. La sentenza, davanti al gup Corrado Schiaretti, è fissata per settembre.

A bordo del natante mancava il salvagente, col quale Pastorelli si sarebbe potuto salvare. Erano in quattro quel pomeriggio, tra cui la fidanzata della vittima, a poche centinaia di metri dalla costa. Il mare era agitato, una volta arrivati a circa 300 metri dalla costa in due si erano tuffati. Poco dopo Davide, andato in affanno, venne trasportato via dalla corrente, mentre gridava aiuto e cercava invano di raggiungere la barca. Gli altri amici, rimasti a bordo, tentarono in tutti i modi di prestargli soccorso, ma a causa del vento forte non riuscirono a governare il mezzo e a soccorrere l’amico. Perse le speranze e non vedendolo più, fecero ritorno a riva e diedero l’allarme. Davide Pastorelli fu ritrovato morto la mattina dopo a poche centinaia di metri dalla costa. L’autopsia stabilì l’annegamento come causa della morte, escludendone altre tra cui quella del malore.

Il pubblico mistero aveva già chiesto l’archiviazione, sostenendo che il salvagente anulare sarebbe stato inutile per salvare la vita all’uomo, che si trovava troppo lontano. Gli avvocati Alessandro Sintucci e Alice Magnani, che tutelano i familiari della vittima, e già destinatari di un risarcimento, si erano opposti all’archiviazione evidenziando, come da testimonianze, che il 46enne poteva trovarsi a distanza inferiore dei 25 metri quando era andato in difficoltà la presenza di una ’ciambella di salvataggio avrebbe potuto salvarlo. Ciò indusse il Gip Andrea Galanti a chiedere al Pm di formulare l’imputazione coatta, ritenendo che quel salvagente che mancava nel catamarano "ha una funzione salvifica nel caso in cui l’equipaggio versi in stato di pericolo o nel caso in cui i soggetti a bordo siano sprovvisti di salvagenti individuali ed è uno strumento necessario per salvare la vita di chi annega". Le ulteriori indagine disposte dalla Procura non avrebbero però mutato il convicimento di una tragedia non evitabile.

l. p.