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29 apr 2022

"Avrei voluto morire io al suo posto"

La testimonianza della donna che nel 2016 si trovava con un imprenditore ucciso dal monossido. Imputato al processo il caldaista

A sinistra l’intervento dei vigili del fuoco nel 2016, nella casa di via Trieste. (. foto Giampiero Corelli
A sinistra l’intervento dei vigili del fuoco nel 2016, nella casa di via Trieste. (. foto Giampiero Corelli
A sinistra l’intervento dei vigili del fuoco nel 2016, nella casa di via Trieste. (. foto Giampiero Corelli

"Non era solo un mio amico ma era il mio compagno. Avrei voluto morire come era morto lui: trovavo ingiusto che lui fosse morto e che io fossi ancora viva".

Una testimonianza drammatica quella che ieri mattina davanti al giudice Cristiano Coiro ha reso la ragazza superstite dall’intossicazione da monossido di carbonio che nell’autunno 2016 in un appartamento di Ravenna era costata la vita a un imprenditore edile residente da tempo a Cesena. Lei - all’epoca 25enne - si era salvata non senza riportare conseguenze fisiche e psicologiche. Tanto che l’imputato - un idraulico 51enne titolare di una ditta di impianti e che per le indagini dei carabinieri coordinate dal pm Marilù Gattelli aveva montato la caldaia - oltre che di omicidio colposo deve rispondere anche di lesioni colpose aggravate dall’avere messo in pericolo la vita della ragazza (costituitasi parte civile con l’avvocato cesenate Michele Andreucci). Del resto le analisi per lei avevano restituito una percentuale di carbossiemoglobina (la molecola che impedisce il trasporto dell’ossigeno nel sangue) pari al 18%. Un valore non altissimo visto che un fumatore incallito può arrivare all’8-9%: a rendere la situazione critica, era probabilmente stato il lungo tempo di esposizione, forse già dal giorno prima. Lo stesso che aveva ucciso l’uomo.

A lanciare l’allarme, era stato un dipendente: dopo avere provato invano a chiamare al cellulare e a suonare il campanello, aveva alzato a forza una tapparella scorgendo all’interno dell’appartamento i due privi di sensi.

"Quella caldaia - ha ricordato la ragazza in aula - era stata accesa due o tre giorni prima, quando aveva iniziato a fare freddo" A suo avviso l’uomo, già prima del decesso, le aveva detto di non sentirsi bene. E così qualche giorno prima "lo accompagnai in pronto soccorso. Mi diceva che era stanco, debole, senza forze". Nell’appartamento "c’era un odore strano". Quella sera "avevamo fatto il pesce e io fumavo in casa: a questo lo abbiamo attribuito. E poi il monossido mica si sente" ma a suo avviso "la caldaia non andava bene già da un po’". Ed ecco l’epilogo: "Siamo andati a letto e mi sono risvegliata in ospedale il giorno dopo. Ho pensato a un incidente stradale, sentivo il dottore che diceva" il nome della via. "Non ricordavo più nulla, poi i medici mi dissero del monossido".

La frequentazione con quell’uomo nell’appartamento ravennate, andava avanti da circa un anno: " Lavoravo come cameriera, lui veniva lì a mangiare con i suoi operai. Dall’amicizia si passò alla simpatia poi era nata la storia. Lui abitava a Cesena e durante una ristrutturazione disse che aveva un altro alloggio a Ravenna". In quanto alla caldaia, risultata comperata a maggio, "non ero presente al montaggio". Un amico una volta le disse "che era meravigliato che" il defunto "avesse chiamato" proprio quell’idraulico "perché avevano fatto casini in altri cantieri. Lui però era sempre molto disponibile". Prossima udienza a novembre con altri testi dell’accusa.

a.col.

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