Da sinistra, Michela Nati ed Elena Bagli nel loro luppoleto
Da sinistra, Michela Nati ed Elena Bagli nel loro luppoleto
Ravenna, 27 settembre 2021 - C’è un manipolo di donne, nel cuore della campagna ravennate, che da qualche anno si dedica alla coltivazione del luppolo, il fiore che regala l’aroma alla birra. Amano definirsi ‘luppole’ in omaggio a quella che è considerata la pianta ‘femminile’ per eccellenza: "Solo le piante femmine sono idonee alla produzione di fiori: l’infiorescenza maschile non è usata né nel settore birrario, né in quello erboristico", esordisce Michela Nati, titolare, assieme alle sorelle Elisa e Daniela, della società agricola Bellavista a Grattacoppa. Il focus Classifica birre artigianali italiane: ecco le migliori È stata lei a...

Ravenna, 27 settembre 2021 - C’è un manipolo di donne, nel cuore della campagna ravennate, che da qualche anno si dedica alla coltivazione del luppolo, il fiore che regala l’aroma alla birra. Amano definirsi ‘luppole’ in omaggio a quella che è considerata la pianta ‘femminile’ per eccellenza: "Solo le piante femmine sono idonee alla produzione di fiori: l’infiorescenza maschile non è usata né nel settore birrario, né in quello erboristico", esordisce Michela Nati, titolare, assieme alle sorelle Elisa e Daniela, della società agricola Bellavista a Grattacoppa.

Il focus Classifica birre artigianali italiane: ecco le migliori

È stata lei a ideare il ‘Giardino delle luppole’, un progetto per promuovere gli ‘hoptour’ (tour del luppoleto) e far conoscere le proprietà taumaturgiche di una pianta ancora poco nota, almeno a queste latitudini. Ed è sempre lei a presiedere la Cooperativa luppoli italiani, nata nel 2018 dall’unione di quattro aziende agricole ravennati ("quasi tutte gestite da donne, affiancate da uomini di buona volontà", spiega ancora Michela) con l’intento di creare un punto di riferimento tutto romagnolo per la coltivazione, la lavorazione e la vendita del luppolo. Obiettivo centrato grazie a un’etichetta romagnola doc, la pluripremiata Birra Amarcord, il birrificio riminese – tra i più longevi d’Italia – cui la cooperativa conferisce ogni anno 5 tonnellate del luppolo prodotto.

Con lo spirito trasmesso dalla capostipite dell’azienda Bellavista, la madre Anna – un mix di accoglienza, convivialità e capacità di osare che racconta l’anima tenace di certe azdore romagnole, molto più di semplici casalinghe – le sorelle Nati hanno aperto, giorni fa, le porte del loro campo. Il motivo? Celebrare la conclusione del raccolto, che da queste parti è un rito simile alla vendemmia. E preannunciare la nascita di una birra stagionale interamente ‘made in Romagna’, brassata con fiori di luppolo raccolti una settimana fa e cotti entro 4 ore dalla raccolta: si chiamerà ‘Amarcord del raccolto’ e sarà pronta a ottobre.

Il legame con il territorio, dunque: uno dei leitmotiv del birrificio romagnolo fin dalla sua fondazione, ma anche un sogno inseguito dalle fondatrici della cooperativa. Che ora pensano in grande: la scorsa primavera, la regione Emilia-Romagna ha assegnato circa 300mila euro a un progetto elaborato dalla cooperativa ravennate con l’ateneo di Parma, finalizzato alla creazione di una filiera di qualità del luppolo in regione. Al progetto partecipano non solo il birrificio Amarcord, ma anche altre realtà romagnole di rilievo, come l’azienda agricola Remedia di Sarsina (Fc), che spreme a freddo il luppolo prodotto qui e ne ricava un olio essenziale adatto a curare ansia e irrequietezza.

"Durante il primo lockdown ho trascorso infinite notti insonni", confida Michela Nati. "Con la chiusura prolungata dei ristoranti, temevo che la birra non si vendesse più e che il nostro investimento nel luppoleto andasse perduto. Ho cominciato a domandarmi: in quali altri modi può essere utilizzata questa pianta? Mi sono documentata, ho seguito corsi di distillazione e di cosmetica. È nata così anche la collaborazione con la chef Erica Liverani, con cui produciamo una linea di conserve a base di germogli di luppolo".