La Corte di Cassazione ieri ha messo la parola fine a una vicenda storica per la città di Ravenna: quella della bomba tedesca da 700 chili “pescata” nel 2010 nel canale Candiano, poi spostata e inabissata nelle acque della pialassa Piomboni. Gli Ermellini hanno confermato la condanna a 7 mesi in Appello per il manager della Cmc Giorgio Calderoni e il comandante della draga che materialmente recuperò la mina, Christophe Van Der Berghe, respingendo quindi i ricorsi presentati rispettivamente dagli avvocati difensori Ermanno Cicognani e Cesare Fumagalli del Foro di Genova. Una condanna che, data l’incensuratezza dei...

La Corte di Cassazione ieri ha messo la parola fine a una vicenda storica per la città di Ravenna: quella della bomba tedesca da 700 chili “pescata” nel 2010 nel canale Candiano, poi spostata e inabissata nelle acque della pialassa Piomboni. Gli Ermellini hanno confermato la condanna a 7 mesi in Appello per il manager della Cmc Giorgio Calderoni e il comandante della draga che materialmente recuperò la mina, Christophe Van Der Berghe, respingendo quindi i ricorsi presentati rispettivamente dagli avvocati difensori Ermanno Cicognani e Cesare Fumagalli del Foro di Genova. Una condanna che, data l’incensuratezza dei due imputati, è sospesa con condizionale e non menzione.

Si chiude così una vicenda iniziata nel 2010. Nell’estate di quell’anno, durante i lavori di approfondimento del canale da parte della draga belga Artevelde, che stava operando per conto della Sidra (Società italiana dragaggi) e della Cmc, fu “pescata” una bomba tedesca da 700 chili e non fu fatta alcuna comunicazione di quanto accaduto. Anzi, l’ordigno fu spostato abusivamente nella pialassa Piomboni. Un rischio altissimo quello di spostare la mina, ma, segnalando il ritrovamento, si sarebbe presentato un altro rischio: quello di bloccare i lavori e fare alzare i costi. Per questo tutto venne messo sotto silenzio. Finché non era emersa un’intercettazione, nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di finanza di Bari sui lavori al porto di Molfetta. "Il bambino trovato nel Candiano lo abbiamo spostato. È un bambino di quelli che scoppiano" erano le parole di Calderoni, intercettate durante una conversazione con un collega.

Da qui si era aperta l’indagine, che nel novembre 2010 aveva portato tra l’altro al recupero della bomba e alle operazioni di bonifica che avevano comportato l’evacuazione a Marina di Ravenna e Porto Corsini in un raggio di 200 metri dal luogo dove era stato portato l’ordigno. Poi si aprì il processo che in primo grado, davanti al giudice Piervittorio Farinella, vide nove imputati accusati di attentato alla sicurezza dei trasporti per aver nascosto la mina tedesca ai margini del canale Piomboni, ovvero in un’area aperta alla navigazione,di omesso collocamento di segnali, nel punto del nascondimento, ai fini della prevenzione di infortuni e di aver trasportato abusivamente quei 700 chili di esplosivo. Il tutto si concluse con tre condanne al manager Cmc a 10 mesi (con la condizionale), al comandante della draga a 4 mesi (pena sospesa) e all’allora segretario dell’Autorità Portuale Fabio Maletti a 5 mesi e 10 giorni (con la condizionale). Furono assolti altri dirigenti Cmc e ufficiali e altri patteggiarono. Gli accusati, pur ammettendo l’errore di non aver avvisato le autorità, respinsero l’accusa di attentato alla sicurezza dei trasporti in ragione del punto ritenuto sicuro in cui era stata collocata la bomba. Poi c’era stato il processo d’Appello con la condanna degli imputati Calderoni e Van Der Berghe (per Maletti tutte le accuse si sono estinte per prescrizione). Ieri l’ultimo capitolo con la Cassazione che ha confermato le condanne per il manager Cmc e il comandante della draga.