Matteo Ballardini

Lugo (Ravenna), 14 giugno 2018 - Il gip Galanti l’ha descritto come "il coro muto dei conoscenti dei protagonisti". Sintesi ficcante di un aspetto particolare dell’indagine: molto è emerso grazie all’analisi dei social network – Facebook e Whatsapp in testa – su cui i conoscenti della vittima e degli indagati, avevano iniziato a scambiarsi confidenze sull’accaduto a partire dallo stesso pomeriggio della morte di Balla. "In ciò – spiega il giudice – sta l’aggettivo ‘muto’ impiegato per denotare il carattere telematico della voci dilagante dopo la morte di Ballardini".

Dichiarazioni raccolte attraverso l’acquisizione di chat, di file audio, di screenshot che alimentano nel loro insieme "il patrimonio investigativo" e che hanno contribuito a "dipingere lo sconfortante, scoraggiante e allarmante fosco sfondo dietro alle quinte della inquietante vicenda criminale". Ancora più netto il gip è nei confronti degli indagati, descritti come "personaggi di un nichilistico copione che solamente la realtà è stata in grado di partorire".

Si parte dalla toxic sister (sorella tossica, ndr), così come qualcuno l’aveva indicata nella propria rubrica telefonica: il gip dedica a Beatrice Marani un intero capitolo della sua ordinanza. "Un’ex amica – annota – fornì il quadro più completo ed emblematico al fine di decifrarne la personalità". Il ritratto fissato a verbale è questo: la Bea aveva smesso di andare a scuola due o tre anni fa, ha abbandonato gli studi all’istituto Stoppa di Lugo; proviene da una famiglia molto benestante, va a cavallo e gareggia a livello agonistico (...). Solitamente quando non va a cavallo, sta in casa a dormire, oppure fuma, si fa un bong in casa (pipa ad acqua usata per fumare, ndr), oppure guarda i film.

La Marani, continua il gip, "è, all’evidenza, la più gravata delll’omicidio: è colei la quale ha deliberato l’opzione finale – salvare sé o Matteo – e ha persistito nella scelta", coinvolgendo gli altri. Per la ragazza, il giudice inquadra un ruolo a tinte forti: "Una giovane donna che per personalità, capacità, temperamento e indole, denota una maturità sopra alla media". Doti che le sarebbero servite per "imporsi all’interno del gruppo come una capa, una dura, una leader". Morara, ad esempio, le cede appiattendosi "sul volere del gruppo nonostante il timore di cosa stava per accadere si facesse via via strada nei suoi pensieri".

Per quanto riguarda Kobabi e Palombo, per il gip "i due possono collocarsi su un medesimo piano subalterno rispetto alla Marani e a Morara", ma ugualmente "determinante al fine del consolidamento del crimine".

Nel complesso secondo la ricostruzione offerta dal gip sulla base degli elementi raccolti dalla procura, era accaduto questo: "La giovane vita di Balla venne spenta dalla consapevole e opportunisticamente ragionata scelta del gruppo di spostarlo in luogo appartato, riparato agli occhi indiscreti delle forze dell’ordine". Questo aveva agevolato "l’inarrestata, lenta e sofferta agonia mortale del ragazzo". La sua vita era stata messa in gioco per una "diabolica scommessa: attendere che si riprendesse miracolosamente da solo con l’accettazione, in caso contrario, del rischio previsto, concreto e attuale: che potesse anche morire".

Il tutto serviva a un preciso scopo: "Garantire l’impunità di Beatrice Marani" per quel metadone che lei stessa, secondo alcune testimonianze, si era vantata di vendere alla gente così come le pasticche di psicofarmaci. E quella sera Balla in uno scambio via Whatsapp, le aveva chiesto proprio questo: "guarda se avessi metadone o Xanas, ti darei la vita"