Preapara le contromosse, Vincenzo Secondo Melandri, il re del vino di Russi condannato in abbreviato a nove anni e mezzo per riciclaggio di denaro, frodi fiscali e fatture false. I suoi legali, gli avvocati Ermanno Cicognani e Antonio Vincenzi, hanno depositato l’appello nel tentativo di sgretolare nel giudizio di secondo grado le valutazioni fatte dal giudice Andrea Galanti, sulla base dell’inchiesta della Finanza coordinata dai Pm Alessandro Mancini e Lucrezia Ciriello. La sentenza di primo grado ha individuato Melandri come finalizzatore di...

Preapara le contromosse, Vincenzo Secondo Melandri, il re del vino di Russi condannato in abbreviato a nove anni e mezzo per riciclaggio di denaro, frodi fiscali e fatture false. I suoi legali, gli avvocati Ermanno Cicognani e Antonio Vincenzi, hanno depositato l’appello nel tentativo di sgretolare nel giudizio di secondo grado le valutazioni fatte dal giudice Andrea Galanti, sulla base dell’inchiesta della Finanza coordinata dai Pm Alessandro Mancini e Lucrezia Ciriello. La sentenza di primo grado ha individuato Melandri come finalizzatore di un’associazione per delinquere che lo portava, attraverso al compravendita di mosti e vino nell’ambito della sua azienda, a riciclare il denaro sporco ottenuto dai fornitori foggiani per poi restituirlo pulito, e tenendo per sé il ricavato della sovrafatturazione. Con lui sono stati condannati anche la compagna, Roberta Bassi (3anni e 8 mesi) e altri del gruppo dei puglesi.

Melandri, attualmente ai domiciliari dopo un lungo periodo in carcere, da appassionato di calcio è abituato a difendersi per poi giocarsi la carta del contropiede. Così l’atto d’appello si muove su due versanti. Un primo profilo riguarda le singole imputazioni. Pur riconoscendo varie ipotesi di sovrafatturazione, si contesta che le singole operazioni fossero fittizie e che i rapporti commerciali fossero esclusivamente cartolari. Sono state individuate – secondo la difesa – situazioni di fatto del tutto incompatibili con la ricostruzione della vicenda contenuta in sentenza. Analitiche doglianze vengono poi riservate ai vari addebiti con specifico riferimento ai reati di associazione a delinquere, di riciclaggio e di autoriciclaggio, ritenuti mancanti degli elementi costitutivi, in parte sotto l’aspetto oggettivo, in parte sul piano soggettivo. Dal punto di vista dei provvedimenti di sequestro e confisca – gli è stato lasciato solo un fazzoletto di terra dell’impero che aveva un tempo –, la difesa lamenta poi la mancata riferibilità di gran parte dei beni alle condotte contestate e a qualsiasi attività di carattere criminoso, segnalando come le aziende del Melandri abbiano fattivamente operato per decenni, venendo a produrre un reddito di assoluta legittimità che giustifica l’asserita sproporzione rispetto a quanto gli è stato confiscato.

Da ultimo, la difesa evidenzia come la decisione sulle singole imputazioni e sui provvedimenti di carattere patrimoniale sia stata improntata e condizionata da un approccio particolarmente rigoroso del Giudice che è andato oltre le richieste del Pubblico Ministero (chiedeva sei mesi in meno)sul piano sanzionatorio e ben oltre le conclusioni del proprio perito sotto l’aspetto patrimoniale della ricostruzione della capacità reddituale del Melandri, da porre in relazione all’entità dei beni confiscabili.

l. p.