Ravenna, 10 settembre 2019 - «Inesattezze niente affatto marginali». Ma anche un «improprio ricorso all’assemblaggio di spezzoni testimoniali». E soprattutto un «completo ribaltamento della responsabilità dell’imputata» tanto da arrivare «ad attribuirle il ruolo di vittima di una gravissima macchinazione» senza però avere soddisfati all’obbligo di una «motivazione rafforzata». Sono in totale 61 le pagine con le quali il sostituto procuratore generale bolognese Luciana Cicerchia ha appena chiesto ai giudici della Cassazione di annullare la sentenza con cui la corte d’appello di Bologna il 23 maggio scorso non solo aveva assolto l’ex infermiera Ausl Daniela Poggiali dall’accusa di avere ucciso una sua paziente, la 78enne Rosa Calderoni di Russi, con un’iniezione letale praticata l’8 aprile 2014 a poche ore dal ricovero all’ospedale ‘Umberto I’ di Lugo. Ma aveva anche trasmesso gli atti alla procura di Ravenna per il vaglio di eventuali false testimonianze, calunnie e simulazioni di reato.

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Sulle dichiarazioni rese dai testimoni, il pg è stato netto: la sentenza «non restituisce il senso compiuto delle singole posizioni dei dichiaranti, travisandone il significato». Ciò per l’accusa vale anche per quanto detto dai consulenti e dai periti che si erano confrontati in aula sul tema dell’avvelenamento da potassio anche a concentrazioni non immediatamente mortali.

Per quanto riguarda la possibile manipolazione del campione di sangue attribuito alla defunta e i cui valori di potassio erano normali, il pg ha ricondotto alla corte d’appello il non avere seguito l’indicazione con cui la Cassazione nel luglio 2018, annullando l’assoluzione pronunciata un anno prima sempre in appello ma da un’altra sezione della corte bolognese, chiedeva tale vaglio alla luce del fatto che la provetta fosse rimasta nella disponibilità della Poggiali per un tempo assolutamente ingiustificato . In questo caso per il pg, la questione è stata «accantonata in termini sbrigativi, incompleti, assertivi e congetturali». Ragionamento analogo è stato proposto per le consulenze statistiche che vedevano la Poggiali ai vertici circa il numero di pazienti morti durante il suo servizio: studi liquidati come generali, generici e non individualizzanti e invece – ha continuato il pg – «frutto di un lavoro complesso e tutt’altro che generici».

Il Pg ha anche rimarcato l’assenza della descrizione di quei comportamenti che avevano spinto l’Ausl a «concentrare l’attenzione» proprio sulla Poggiali: una sequenza invece «attentamente percorsa» nella sentenza di primo grado con la quale nel marzo 2016 la corte ravennate aveva condannato l’imputata all’ergastolo.

In merito alla demolizione della «principale prova a carico, e cioè il deflussore della paziente contenente potassio in alta concentrazione», il pg, con un articolato ragionamento, si è spinto a parlare di «vero e proprio corto circuito logico».

Tra le altre cose, il ragionamento qui offerto, è stato questo: «Se, come la sentenza indica, si fosse proceduto con somministrazione di potassio non diluito», ci sarebbe stato «un decesso istantaneo, senza neppure dare il tempo all’infermiera di uscire dalla stanza». Il pg, analizzando poi le azioni del personale sanitario, ha escluso macchinazione in danno dell’imputata, precisando semmai che quest’ultima avrebbe cercato «di ricreare parzialmente la situazione di partenza assemblando al deflussore della Calderoni, un’altra ago-cannula risultata di un paziente maschio». Come dire che a suo avviso l’unica manipolazione è stata dell’imputata.

Il ricorso, oltre che alla Poggiali, è stato notificato anche alle parti civili – avvocati Maria Grazia Russo e Marco Martines per i due figlid ella defunta e Giovanni Scudellari per l’Ausl Romagna – le quali avevano già presentato un loro ricorso. A questo punto la Cassazione dovrà fissare un’udienza nella quale quale decidere se l’assoluzione debba passare in giudicato o se il caso meriti il vaglio di un appello-ter.