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7 mag 2022

Daniela Poggiali, le motivazioni dell'assoluzione: nessun movente

Ecco perché l'ex infermiera di Lugo è libera dopo sei gradi di giudizio. Ancora incerto un nuovo ricorso in Cassazione dell'accusa

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Daniela Poggiali è stata assolta

Ravenna, 7 maggio 2022 - Nessuna manipolazione dei reperti da parte dell’imputata, mancanza di un movente plausibile, indici statistici sulla mortalità in corsia non riconducibili a specifiche condotte ma soprattutto il metodo con cui era stata attribuita l’iniezione letale di potassio, non è accettato in maniera unanime dalla comunità scientifica. In sintesi sono queste le motivazioni con le quali la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha spiegato l’assoluzione pronunciata il 25 ottobre scorso nei confronti di Daniela Poggiali, la 49enne ex infermiera accusata di avere ucciso l’8 aprile del 2014 all’ospedale ‘Umberto I’ di Lugo (Ravenna) la paziente 78enne Rosa Calderoni a poche ore dal ricovero.

“Una vicenda processuale molto complessa – ha chiarito il presidente della Corte, nonché estensore della motivazioni Stefano Valenti, in pensione da fine 2021 – che come tale “espone a un serio rischio di disorientamento”. Del resto si trattava del sesto grado di giudizio, un appello-ter insomma: in primo grado la Corte d’Assise di Ravenna aveva condannato all’ergastolo l’imputata poi assolta in altrettanti appelli a Bologna sconfessati da altrettante Cassazioni a Roma.

“Se nel testo della relazione” il consulente tecnico della Procura – si legge nelle motivazioni - “avesse avuto cura di chiarire meglio i confini, invero minimali, del consenso del suo metodo, si sarebbero probabilmente evitati i cinque gradi di giudizio e forse anche lo stesso rinvio a giudizio”. Inoltre “gli stessi autori dello studio “hanno fatto ricognizione dei loro errori ammettendoli ed emendandoli con uno studio del 2020”.

Tanto che se la consulenza fosse stata affidata ai medesimi esperti nel 2021, “il risultato sarebbe stato neutro”. In quanto alle due foto che ritraggono la ex infermiera sorridente e con i pollici alzati accanto a una paziente di 102 anni appena morta, si tratta di “condotta deprecabile che evidenzia una personalità di bassa caratura morale e spirituale”: scatti “la cui esibizione ha sicuramente ma indebitamente impressionato i giurati” ma che non sono “valutabili come elemento di prova” o come indice di “personalità portata all’omicidio”.

In quanto alle statistiche che sin dall’inizio attribuivano alla Poggiali tassi di mortalità in corsia superiori di 3-5 volte a quelli degli altri infermieri, avrebbero potuto avere “valore di input conoscitivo per orientare una articolata indagine”. Ma ciò “fu compromesso dalla frettolosa e maldestra sovrapposizione della iniziativa inquisitoria e repressiva adottata dai vertici Asl pur a fronte di un sospetto omicidio, e quindi indebitamente”. In conclusione “ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali”.

A questo punto la Procura Generale di Bologna dovrà decidere se impugnare o meno per la terza volta in Cassazione contro l'imputata, difesa dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera. Per il caso di un precedente paziente deceduto in ospedale a Lugo il 12 marzo 2014 – il 94enne Massimo Montanari – per il quale la 49enne era stata assolta sempre il 25 ottobre scorso a fronte di una condanna in primo grado in abbreviato a 30 anni con conseguente giudicato sulla custodia cautelare in carcere, non c’era stata impugnazione: uguale a immediato passaggio in giudicato della sentenza a inizio marzo.

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